FRANCESCO CUCCA.

GALOPPATE NELL'ISLAM.

1993. Condaghes, Sassari
Collezione I fenicotteri.
ISBN 88-86229-08-9. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Quando alcuni scrittori di grido, amici miei, ricevettero "Le Veglie Beduine" mi mossero quasi rimprovero per non aver fatto precedere quel pugno di liriche da una pi o meno breve prefazione che presentasse al lettore il poeta autodidatta che gli sgranava dinanzi agli occhi quella collana di palpiti strappati da quel suo cuore primitivo e da quel suo cervello privo di qualsiasi preparazione letteraria.
L'idea della prefazione pi o meno breve non fu soltanto quella dei miei amici. Infatti, fin da quando le liriche non eran che fosforescenze del mio cervello, maturavo la prefazione che in seguito dovetti rimandare.
Contemporaneamente alle poesie avevo cominciato a lavorare intorno a le "Galoppate nell'Islam" e il libro che doveva contenere oltre dieci anni di vagabondaggio attraverso le malie dell'Africa del Nord, e dovea ripetere nella pesta del galoppo con nitriti di forza e di freschezza le tappe incantevoli, i racconti, le leggende, la vita comune coi beduini del monte e coi nomadi del deserto, aveva pi ragione di avere la prefazione che potrebbe anche non essere breve.
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L'AUTORE.
Francesco Cucca (Nuoro, 25 gennaio 1882  Napoli, 7 maggio 1947)  stato uno scrittore e poeta italiano. 
Fu narratore e poeta mercante che seppe conciliare le esigenze per gli affari col gusto per la letteratura e per la poesia. Uomo eclettico e raffinato, egli fu animato da un incontenibile spirito d'avventura. Dopo aver svolto il lavoro di servo pastore, nel 1896 all'et di 14 anni, dalla Barbagia part per Iglesias e l lavor come garzone di cantina, e pi tardi and in miniera. La sera leggeva e studiava. Cominci la raccolta di libri, di riviste, di giornali e raccolte antologiche degli autori della letteratura del periodo: Satta, Carducci, Pascoli, D'Annunzio, Stecchetti. Pass poi alle dipendenze di un'impresa di Livorno che importava legname dall'Africa e fu mandato in Tunisia, come rappresentante, procuratore e amministratore all'et di vent'anni. And in Africa nel 1902 e vi rimase fino al 1939. Viaggi per citt e per villaggi; conobbe popoli, usi e costumi diversi, li studi e ne assimil la cultura al punto di essere considerato e trattato dagli arabi come uno di loro.
Ader al socialismo rivoluzionario e all'anarchismo. Anticlericale, anticolonialista, anti interventista, prefer vivere da uomo libero.
Nel 1939, lasci l'Africa definitivamente, risiedendo prima a Roma, poi a Napoli, dove mor nel 1947.
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Fu in un autunno della mia fanciullezza che una mattina mi svegliai orfano. Ricordo - e lo confesso - che dapprima non mi dispiacque. A me bastava non entrare nel ginnasio e lanciare in malora la grammatica latina che studiavo durante le vacanze sotto il severo sguardo di mio padre, al quale prima che l'estrema raffica lo schiantasse, ripetevo le prime declinazioni.
La libert dei campi mi sorrideva, e assieme ad una turba di piccoli pazzi di sole e d'aria, pieni di irrequietudine, cominciai a fare il discolo.
La vita del monello mi stanc presto e presto mi abbandon la gaiezza dalla quale ero pervaso, sicch mi sentivo felice quando potevo starmene per delle settimane lontano dal mondo vivendo colle dolci giovenche, nella solitudine della tanca di Fenole, nell'ovile di ziu Mimiu.
E da Fenole, echeggiante di gridi di sparvieri e generosa di ombre, lasciando i vitellini che gi venivano a biascicare la tenera fronda nelle mie mani, con alcuni parenti di Fonni mi avviai al loro paese.
Oh la prima nostalgia nel fiorire dell'adolescenza! Nel pensiero me l'avevo non pi orrido ma gentile il mio bel nido di aquila, la mia Nuoro rupestre, di fronte al villaggio grifagno di Fonni dalle casette grigie, coperte di scandule nere, silenziose come vedove barbaricine.
E la bellezza delle fanciulle nuoresi esili sotto le brocche di argilla, fremeva nel mio cervello paragonandola alla massiccia bellezza delle donne fonnesi dal viso chiuso in un drappo nero che lo rende tragicamente severo.
L'adolescenza mia sfior sulle forre del Gennargentu. E ogni volta che ripenso ai pastori dal gesto pieno d'impeto e dalla sveltezza del capriolo, che furono nei lunghi meriggi e nelle brevi notti implacabilmente placide i miei rudi compagni del cuore e perch no? del sogno, trovo che la natura a volte  giusta e prodiga ch per tener desto il fuoco e per accoglierli ad un amplesso d'amore ci volevano proprio quelle donne dai baldanzosi fianchi e dai polsi di ferro, quelle donne di Fonni, fate di bronzo.
Le albe di quei tempi eran rosse di sangue. Ahi! nel cuore dell'uomo passava la sanguinaria follia della tigre.
Quasi tutti i giorni, or l'uno or l'altro dei pastori saliva dal paese.
Da lontano, noi si scorgeva il minuscolo ronzino tutto nervi e tendini inerpicarsi per il sentiero che aggrediva la montagna e l'uomo come una statua di lutto, taciturno e cogitabondo.
Hanno scannato "Fulanu" mormorava coi denti stretti, mentre scendeva pigramente di sella, dopo aver pronunziato "Ave, Maria!"
Nei cuori passava uno sgomento improvviso, ma, subito dopo, all'ombra d'una quercia, nel silenzio, rotto soltanto dal campano di qualche pecora che si scuoteva, formavano un tribunale agreste.
- Dicono l'abbia sgozzato "Fulanu" bofonchiava il pastore; quel bandito ormai non riposa pi. I suoi nemici pendono dalla sua doppietta. Egli ha sete di sangue di cristiano battezzato, epper fa parlare la polvere del suo archibugio e fischiare la leppa.
E l a cercare le ragioni del delitto con tale arguzia e con tali assennati argomenti fino a trovare la giustificazione dell'atto inesorabile.
Il bandito non era pi uomo, ma belva. Si era insidiato alla sua libert quando la sua giovinezza si nutriva di una vergine dagli occhi di fuoco e dal passo di gazzella. Esacerbato si era ritirato nei macchioni pieno d'odio e coll'ansia di farsi giustizia con quelle sue stesse mani fino ad allora incolpevoli.
Zio Raffaele, il vegliardo che malgrado i suoi settant'anni, saltava di balza in balza come i vecchi mufloni di Monte Spada, carezzando la sua barba magnifica, non del tutto bianca, sentenziava gravemente su l'accaduto.
Egli non poteva darsi pace che il sangue si versasse fra due creature dello stesso paese, dello stesso focolare anzi. Egli non perdonava che tali empie follie facessero strage nello stesso nido e che due, dieci, venti madri corressero scapigliate per gli ovili e per le rupi in cerca di figlioli che non eran tornati alla stuoia di vimini aggomitolata in un angolo della cucina.
Egli non poteva che dolersi, perch quel canto scorante gridava altro sangue, nuovo sangue.
Zio Raffaele amava, e mi fece quasi amare i banditi e i grassatori della sua giovinezza.
"La notte di San Silvestro - mi diceva - torna sempre con sibili di tristezza e ogni gennaio nuovo che spunta ha perso qualche cosa di magnanimo e di grande.
Il cuore del sardo si trasmuta. Dal suo cuore cadono i sacri impeti come dalle nostre foreste sono cadute e cadono le nostre quercie colossali e i sugheri vetusti.
Il coraggio di una volta ora  gelosia. Il male che a giorno d'oggi cade sul viandante e sul ramingo, sul povero come sul ricco, come sul colpevole, sull'innocente, prima era un male che si poteva chiamare anche bene, perch non era sfrenato, perch s'abbatteva sulle ricchezze altrui: non sulle nostre cime, ma sulle marine lontane.
I nostri monti son fatti per godere le loro ombre serene. Magari, sul monte si sognava il male; ma il risveglio era in groppa ai cavallini; pi alacri quando si accorgevan di esser guidati alla rapina; gli aquilotti dei picchi piombavan fulminei, abbrancavano la preda, e risalivano taciti e leggeri ai dirupi.
Le doppiette e le carabine restavan mute fino a che la nostra vita non era in giuoco; e molte volte, invece del bottino salivamo un cadavere legato attraverso la sella, o le nostre bisacce colle teste di quelli che rimanevano uccisi nel luogo della lotta. Ma ora non si ascolta la voce ammonitrice dei nostri morti, e il male cade sui villaggi di poche anime discordi.
Col cadere delle nostre foreste vendute per un pezzo di pane d'orzo a speculatori venuti da oltremare  caduto il benessere nostro; e come vanno spogliandosi le vette, cos si va spogliando il cuore delle genti.
E si lavorava con pi speranza in quel tempo. I boschi difendevano i seminatori dalla furia devastatrice delle acque e difendevano i nostri branchi dall'impeto arroventatore del sole. Ora chi semina non ha la certezza di mietere, ed il pastore non sa se il sole sul vertice nudo brucer i serpilli e la gramigna ed assopir le sorgenti.
Cos il seminatore che si vede rovinato abbandona il solco, vende la coppia di buoi, lancia via il giubbetto di orbace, s'infagotta in una casacca di stoffa rude e se ne va alle miniere dell'Iglesiente a lavorare entro pozzi e gallerie e qualcuno varca il mare e s'avventura perfino nell'Africa".
Questo mi raccontava con l'anima piena di rammarico, zio Raffaele; e ogni volta che parlava di quelli che partivano, i suoi occhi si empivano di lagrime. L'emigrazione che non era allora che qualche rarissimo caso lo sbigottiva, pareva che nel cuore sentisse lo spopolamento che ne dovea seguire.
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Ai primi freddi, quando i pastori si apprestavano a calare con le loro greggi a svernare nelle pianure del Campidano o sulle spiaggie della Nurra, mi separai da loro e mi avventurai per le miniere dell'Iglesiente. Avevo quattordici anni, allora.
Lavorai col martello e la piccozza, e poi feci il commesso di cantina. Nella nuova vita meno libera, ma anche meno disagiata dopo il lavoro assiduo del giorno, potevo darmi liberamente allo studio nelle ore notturne.
L'amore pei libri divenne allora febbre; e quando la giovinetta anima scontenta tent larghi voli ed esul nell'Africa Settrionale, una stravagante bibliotechina nomade italo-franco-araba m'accompagn sempre.
Nella nuova terra imparai presto le nuove lingue e l'ignota stirpe selvaggia subito mi am spalancandomi le porte del suo cuore.
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Se fosse mio intendimento illustrare soltanto la vita apparente e le luci e le bellezze di questa incantevole terra, avrei dovuto chiudere qui la prefazione. Siccome per non devo trascurare l'anima dell'Islam,  bene che accenni all'occulta ansia di rivendicazione che illumina i sogni del colosso in letargo.
E la domanda  questa: - Ha la Francia assieme alle terre africane, conquistato l'anima del popolo?
Grido recisamente: no! E parlando cos della Francia per cognizione di causa, voglio dirlo anche per quelle altre nazioni che hanno dei conti scritti col sangue con questa razza, compresa l'Inghilterra e l'Italia.
Non intendo fare opera polemica; ma la mia vita nei vari paesi musulmani, le relazioni continue coi beduini del monte ed i giovani intellettuali, mi permettono di esprimere il giudizio sulle loro aspirazioni future, sulle loro tendenze, sulle loro forze.
Forse per un istante, l'entrata degli europei fu creduta, dagli arabi un bene. Ma subito dopo deluso, l'Islam, chiuse il sacrario del suo cuore. L'uomo del bernus s'avvide che il vincitore invece di fraternizzare impugnava lo scudiscio e fabbricava prigioni simili a caverne.
Poi si videro le trib espulse dalle loro terre ubertose, date in regalo agli avidi coloni, muovere gemebonde con le tende sui dromedari e rifarsi il nido sulla plaga sterile e malarica assegnata loro dai cannibali della civilt nuova.
Questa imposizione della forza determin la rassegnazione. Ma se le balze fremono dell'indefinibile melodia delle ghesba, simbolo di beatitudine e di pace, basta che uno di quei geni di guerra sollevi lo sguardo animato di riscossa perch l'Islam balzi tutto d'un pezzo come un uomo solo, e ripigli non solamente le sue terre, ma respinga e ributti nel mare i conquistatori che invece di venire mostrando il cuore sulla mano, vennero spargendo la desolazione e la morte.
I grandi educatori non potevano infatti intendersi con quei primitivi; e l'Islam che, come un vecchio fumatore di kif, l'assoppiva quando venne sorpreso e legato con solide catene, ora tempra i muscoli e gli anelli salteranno sotto gli sforzi delle membra immani, per le quali le morsure, le ferite, le minacce sono state iniezioni d'odio e di ribellione.
Guai quando il gigante si rizzer sul dirupo!
F.C.
Tabarka, 1914
Rileggo a otto anni di distanza poich mi decido a pubblicare le Galoppate, la prefazione del libro. Non ne tocco una virgola.
Oggi, mentre rifulge pi radiosa che mai la virt eroica dei sardi, e porto nel cuore, greve come un macigno, l'orgoglioso cordoglio di fratelli amatissimi caduti con la fronte spaccata, fra i quali due: Attilio Deffenu e Giuseppe Lumbroso, miei prediletti; mi  dolce tornare alla mia adolescenza e ritrovare nella memoria sempre bella se pur sempre desolata e discorde la mia grande Isola.
E nemmeno tocco un rigo per quanto riguarda l'Islam, che oggi pi che mai  conscio della sua forza e del suo spirito aggressivo. L'aver combattuto validamente una guerra che non fu sua, l'aver assistito all'esaurimento delle forze della sua fiera conquistatrice che oggi impone la sua volont mantenendosi sopra uno sforzo che non pu durare, lo fa stare placido in agguato, non dormiente, ma cogli occhi semichiusi.
F.C.
Ghrardimaou, Dicembre 1922.
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TUNES - EL-BEIDA.
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"Mektb". Era scritto che io dovessi consacrare un pugno di pagine, le prime pagine di queste galoppate, alla bianca Tunisi. Era scritto, perch tutte le volte che m'accadde di prendere la penna per esprimere il palpito d'una sensazione, la sfumatura di un sogno sulle bellezze di questa citt; mi sentii trepidante e gettai la penna lungi da me. Che potevo io dire di questa cosmopoli dopo quanto era stato scritto da penne sapienti, da letterati valenti, da artisti maliosi? Che potevano dire di nuovo la mia prosa e la mia poesia sulle meraviglie di Tunisi?
E per molti anni potei resistere a tutte le tentazioni. Era come un voto il mio e pi ne sentivo il tormentoso cilicio quando, dopo una breve sosta nella citt mattinale, ripigliavo le mie galoppate verso l'interno. Eppure dal colle di Bab-Menara, nei brevi crepuscoli d'incendio e nelle notti di luna, per la prima volta udii la voce del Muhedden invitante i fedeli alla preghiera e la nenia del beduino che confida al silenzio notturno il segreto fascino dell'anima musulmana accompagnato dall'inseparabile suono della ghesba, il flautetto di canna, amico inseparabile dei pastori del monte e dei camellieri erranti, che serba nell'arguta melanconia delle sue note qualcosa del murmure del natio canneto percosso dallo scirocco.
S, la blanda voce del Muheddem, la nenia della canna beduina udite nella pace notturna, lass dal colle di Bab-Menara o dalle terrazze nivee della Kasbah, per la prima volta svelarono al mio cuore la poesia della musica araba. Ma quanti scrittori, quanti poeti - poich tutti convengono a Tunisi per attingere all'esotismo suggestivo dell'anima islamica - sullo stesso colle e sulle stesse terrazze non provarono il tenero supplizio di questa musica tenue e primitiva che fa l'anima triste?
Ritornavo d'Italia. Chiss quante volte, dalla prora del piroscafo avevo goduto il bel panorama che si spazia avvolto nello splendore della luce africana da alcune miglia prima di giungere alla bocca del canale. Ma il paesaggio non tentava la mia lira. Troppi altri occhi contemplavano coi miei quell'incanto, troppi occhi tutti i giorni passavano dinanzi a quella distesa di mare coronata di monti incastonati di grossi diamanti, perch io pensassi a fotografare sulle mie pagine quei luoghi. Era una bellezza che non mi pungeva l'anima, una bellezza che mi rapiva, ma non tentava il demone della poesia che mi dormicchia in cuore.
Era la stessa seduzione del golfo di Napoli, della Conca d'Oro di Palermo, dei picchi di Taormina, dell'azzurro immacolato di Nizza: pure bellezze che non impressionano: donne bellissime, ma che non dnno brividi e non accendono desideri!
E questa volta, dopo una corsa vertiginosa attraverso l'Italia, e un sogno d'amore con una giovine barbaricina, guardavo intorno senza veder nulla: il piroscafo filava veloce ed io ero assente a tutto ci che mi circondava, la mente e il cuore chiusi nella nostalgia della terra lontana...
Appena sbarcato, mentre stavo per montare sulla vettura dell'albergo un ragazzetto arabo mi tir per il berns che tenevo sotto il braccio e mi accenn, poco distante, una vettura ermeticamente chiusa, dentro la quale qualcuno chiedeva di me.
Tutta coperta di seta e d'oro, al fianco d'una vecchia donna che conservava sempre i segni d'una straordinaria bellezza, Zachia mi accolse con un sorriso e due occhi sfolgoranti di desiderio.
Essa, che prima della mia partenza per l'Italia, ancora una volta, colla sua giovinezza acerba aveva allietato la mia solitudine di Annba, sapendo del mio ritorno, era venuta di lontano a Tunisi, dove aveva una vecchia parente stabilita da molti anni. E seppe parlare cos bene di me alla vecchietta, che costei mi fece dei graziosi complimenti che mi adoperai a ricambiare in buon arabo, accompagnandoli con puri gesti musulmani.
La vettura attravers a trotto spedito l'Avenue de France e s'intern per la vecchia citt araba, per i quartieri bianchi e uguali pieni d'ombra e come clti dallo sgomento per il rumore delle zampe ferrate che percuotevano l'acciottolato.
A un tratto la vettura s'arrest: non poteva proseguire a causa della strettezza dei viottoli e noi proseguimmo silenziosi a piedi per altre piccole vie uguali ed entrammo infine per un vicolo chiuso.
La vecchietta apr una breve porta ferrata che si spalanc senza scricchiolii su di uno stretto cortile a bizzarre navate piene di luce nell'ombra per le maioliche ben dipinte e nitide che lucevano come specchi.
Salimmo per una scaletta primitiva. Sollevando un pesante cortinaggio, Zachia mi fece entrare nella sua stanza. Che fresca penombra e che pace! Una luce opaca calava da una finestruola, che si apriva quasi all'altezza della volta, robustamente inferriata. Chiss quanti sogni d'amore, quanti occhi socchiusi di languore, quanti lampi d'ira, quante maledizioni, in quella stanza antica! Le pareti erano coperte di superbi drappi a colori vivacissimi, di bei tappeti orientali, di grandi coperte policrome, tessute nei paesi alti del Tell di Costantina, dalle mani industri della madre di Zachia.
Il pavimento era coperto di stuoie bellissime; in un angolo, per terra, il giaciglio composto di un doppio materasso chiuso fra molte coperte soffici lasciava uscire dalle pieghe qualche lembo della candidissima gaza che accoglieva la giovinetta nelle ore del riposo. Un tavolino alto un palmo da terra stava vicino allo stramazzo civettuolo. Sopra una cassa dipinta e intarsiata d'ambra, come un mucchio di mussolina multicolore, giacevano molte vesti di seta e di damasco. Zachia si era vestita e svestita tre volte prima di trovarsi a suo piacimento per venirmi incontro.
La vecchia entr recando in un vassoio di rame, entro minuscole tazze, un caff delizioso. Gustando lentamente il fine moka ella m'interrogava sulle pi disparate cose, lieta che io parlassi quasi correttamente la sua lingua. Quando ci lasci soli, m'accorsi, e anche Zachia me lo disse, che mi ero guadagnata la sua simpatia.
Zachia si lanci fra le mie braccia. Quella giovine suggellava ormai la mia vita. Tante volte mi ero ripromesso di dimenticarla, invece, dopo esserle stato qualche tempo lontano ne sentivo un'indefinibile nostalgia, e se lei non correva a me io correvo a lei, sempre folle di quel cuore, di quelle carni, di quella giovane anima ardente.
Cercai di scacciarla. Ero stordito. Le dicevo che ero spossato dalla traversata, perch mi lasciasse in pace col sogno della mia vergine barbaricina delle cui ultime carezze serbavo fresco il profumo. Avevo vissuto nel rapido viaggio del fascino di lei, dello splendore delle sue pupille glauche, e volevo sfuggire alla crudele tentazione di quella bellezza selvaggia. Volevo aggrapparmi a colei che mi guardava con mesta dolcezza e sottrarmi alla seduzione della femmina voluttuosa. Ma come sfuggire alla stretta di quelle due braccia sottili, nervose, tatuate, e al morso di quei piccoli bianchi denti felini?
Intelligentissima, ella, capiva la bufera che ruggiva in me.
- Le carte - mormor - me l'hanno ripetuto sempre che le ho interrogate, che tu ami una giovine che ti ricambia di uguale amore; anzi, anche un'altra fanciulla che tu non vuoi, ti corre dietro; malgrado ci io ho gran parte dei tuoi pensieri, epper son venuta fino a Tunisi ad incontrarti.
Coperta solo di una leggerissima gandurra di seta viola dalla tenue tinta delicata, carica di tutti i suoi gioielli massicci, odorante di quei profumi ch'ella sapeva essere i miei prediletti, cantando una sommessa nenia che sembrava pi che un canto il sospiro d'una musica lontana, sfiorandomi colla sua veste e coi suoi fazzoletti di bruma trasparente, intrecci attorno a me la danza leggera, lasciva, seducente che mi aveva sempre vinto.
Poi, lasciandosi cadere in un abbandono voluttuoso su di me, mi sussurr con voce appassionata:
- Dimmi, non sei triste di vivere questa tua vita travagliata un po' qui un po' l in mezzo agli europei? E non ti spaventa l'idea di unirti a una donna della tua razza? Possono quelle donne darsi tutte, tutte al loro sposo, anzi al loro amante, anzi al loro signore, cos come noi facciamo, cos per sola volont di Allah, senza altro desiderio che di essere schiave, schiave ma amate, fortemente, follemente amate? A me non importa il dominio; una cosa sola voglio che tu mi ripeta colla passione di una volta: ghelbi, ghelbi! (cuor mio, cuor mio!).
Cos fu che io ritornai intieramente a lei per quei brevi giorni trascorsi a Tunisi, dove sbozzai sotto una forte febbre e un pi forte tormento questo capitolo, destinato ad aprire il varco al mio puledro, per le "Galoppate nell'Islam".
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Dolcemente, al ritmo eguale e lento di due remi, l'agile canotto scivola dove il canale ha le acque pi pure. Zachia ed io a poppa, silenziosi seguiamo collo sguardo le nostre chimere; i gorgogli dell'acqua che fan bolle bianche a ogni lieve tuffo di remo; e il nastro candido che la piccola prora spezza dal gran drappo turchino; e il bel quadro immenso che in alto mare chiude l'orizzonte d'una larga benda oscura.
Sul lago immoto  una pioggia di rose selvagge: il vespero si riflette tenue in quell'acque ferme che dn l'idea di un immenso tappeto di velluto.
A destra il superbo monte Bu Kornin solleva in alto le due belle e uguali rupi azzurre, d'un azzurro vaporoso nella tenerezza della sera cadente.
A sinistra, Sidi-Bu-Said, il villaggio arabo tutto bianco sul dirupo, fa pompa del suo panorama, mentre Cartagine dal suo colle guarda l'incendio del tramonto.
Cartagine, o Cartagine, grande rivale di Roma! Il crepuscolo rosso richiama alla memoria i fiumi di sangue che bagnarono quelle balze e non vale l'apoteosi di luce e di splendore che la cinge di un diadema regale n la cattedrale che vuol rievocarne l'arte bizantina, per cancellare il ricordo della sua decadenza precipitosa!
Le vestigie dell'antica forza punica e romana, a Cartagine sono innumerevoli. Poche rovine per si conservano, ch i gesuiti han demolito e demoliscono per arricchire musei d'Europa.
-  divino qui il crepuscolo, in questa grande distesa; - mormor Zachia - ma io amo pi il silenzio di quest'ora nella larga piazza di Alfaouine dove perfino le diverse stoviglie in mostra prendono quel tenue riflesso d'oro, e dove alla voce del Muheddem che chiama i fedeli alla preghiera del Mogreb tutto acquista non so quale languida serenit: io mi sento pi femmina l in quel tepore oscuro mentre ombre di amanti scivolano silenti rasentando i muri; e amo pi Bab-Suika, quella distesa bianca s fervida di vita durante il giorno e cos animata di strani fantasmi taciturni nella notte.
- Hai ragione - interruppi -. Ma non eri ugualmente rapita, quando stamane t'ho fatto salire sulla terrazza per contemplare l'aurora?... Tu, come me, non ti sei fatta piccina piccina alla voce dei Muheddem che dai minareti soffusi di luce arancina raccoglievano clamando i fedeli alla preghiera del Fegger? Tutto era rosa intorno a noi. Il Bahira si svegliava puro sotto il tremolio d'una lene pioggia di petali rossi, e sei stata tu ad additarmi Cartagine bella e radiosa, e Sidi-Bu-Said che s'ingugliava sulla sua rupe rosata, vestito d'un bel lilla luminoso e purissimo...
E Bab-el-Gorgiani?... Bab-el-Gorgiani era la nostra passeggiata prediletta. In alto, oltre la Kasbah, in un delizioso angolo ravvolto d'una particolare melanconia, sopra il colle, Bab-el-Gorgiani domina la citt bianca fino al parco del Belvedere e al lago El-Bahira, e al semicerchio dei monti, e ad una larga distesa di mare.
Il cimitero di Bab-el-Gorgiani, solitario e selvaggio occupa un largo angolo del colle. Sulle fronde dei lunghi cipressi neri e degli enormi fichi, per le negre macchie delle rose incolte e dei gelsomini aggrovigliati, passa un eterno brivido, un sommesso bisbiglio.
Vestito all'araba, sotto il berns che rende tutti eguali, amavo in quella profonda solitudine soffocare sotto le carezze di Zachia il vigile ricordo di colei che forse mi pensava. Avrebbe per la fanciulla lontana, potuto e saputo darmi di gioia quanto me ne sapeva dare la folle anima che mi stava vicina, col solo allacciamento delle sue belle braccia oscure, tatuate, difese da braccialetti d'argento barbari e puntuti, che sembravano corazze?
Bab-Menara  un'altro incanto: per con Zachia dopo il tramonto, da Bab-el-Gorgiani eravamo usi rincasare attraversando i suk in parte deserti e chiusi, illuminati qua e l caratteristicamente per meglio dar risalto nella sapiente penombra alla grazia dei bei drappi di damasco venuti dall'Egitto, e il pregio alle cesellature meravigliose in legno e in ottone.
Suk-el-Attarin  uno dei pi vecchi e interessanti quartieri della vecchia Tunisi ed  vicinissimo a Sgemoh Zituna, la grande Moschea dell'olivo, dove si respira la serena fede islamica.
A due passi  la lunga, rozza, esotica galleria del Suk dalle navate irregolari sostenute da esili colonne attorcigliate da strisce rosse e verdi.
A destra e a sinistra, come grandi armadi, s'aprono le bottegucce stipate di mille ninnoli, di sottili fiale piene di ogni essenza, di ceri colorati e pesanti. I mercantuzzi, dai volti pallidi, resi dolci dalla cornice d'ombra che l'inquadra, hanno occhi languidi semispenti.
 interessante tentare l'acquisto d'un qualsiasi oggetto. Guai se fiutano il turista! Allora balza su l'istinto maliante della razza semita. Bisogna vedere e udire quei volti pensosi, dal portamento aristocratico e dalle membra finissime, vestiti con l'eleganza del costume arabo, esaltare in buon italiano e in discreto francese la bont della loro merce. In fondo alla botteguccia, sul tavolino lillipuziano rimane la tazza del caff e il vecchio libro di racconti, e ne sorte fuori il commerciante dalla bocca d'oro, e dalle fine mani di velluto unghiate di artigli di sparviero.
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BULLA REGIA.
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Il saltafossi slogato e sgangherato pareva inseguisse con grande fatica il magro cavallino sauro che lo tirava sullo stradale steso come una fettuccia bianca in mezzo al verde dell'immensa pianura. Io mi rivolsi, come per porgere l'estremo saluto del commiato, verso Suk-el-Arba.
Suk-el-Arba si svegliava in un'aurora divina. Le casette bianche velate di leggera bruma, e le lunghe file di eucaliptus che seguivano a due a due la doppia fila dei binari striscianti, sottili come serpenti, verso l'Algeria, davano al villaggio l'aspetto di un vasto cimitero attristito da enormi cipressi.
Sull'ampio serto dei monti digradanti in semicerchio palpitava uno splendore vermiglio, e dalle cime si riversava un'aurea pioggia di violette e di fiorellini di campo. Poi bagliori di metallo luccicavano sui nudi dirupi: Allah stava per levare oltre i monti il dito gigantesco con l'anello splendente del suo divino diamante.
Ma subito una pista forestiera, che s'internava nella larga valle aperta, mi tolse agli sguardi il quadro e ricondusse al mio pensiero il ricordo d'un efferato delitto.
Una giovinetta francese, che a piedi, tutta sola, si era avventurata da Suk-el-Arba, verso Bulla Regia, sotto il piccolo ponte, proprio alla svoltata, mor vittima pochi mesi or sono di alcuni arabi che volevano sfogare su di lei le loro brutali libidini. E il pensiero di quel corpo vergineo trovato vergine dopo morto, straziato di ferite, barbaramente mutilato e ancora invendicato, mi tenne assorto fino a Bulla Regia.
Una dolce beduina severa, coperta di turchino e di massicci gioielli d'argento sfavillanti di sole, mi guard scendere dal saltafossi e salire a piedi. Ogni tanto sporgeva il capo entro la tenda dalla quale usc un uomo che mi venne incontro con passo agile, ma con occhi pesti e infossati e stanchi, quasi avesse trascorso una notte di lascivia.
La tenda, nerastra, sembrava una grande aquila prigioniera dolente di non poter spiccare il volo.
La tenda che si pu piegare e legare sul dorso d'un dromedario come sulla groppa d'un asinello; destinata a perpetuamente errare; pronta sempre al viaggio lontano, come l'uomo della tenda  pronto a balzar fuori al primo latrato del cane e a combattere i ladri e le pantere, l, sul greppo fremeva e palpitava di nostalgia, come scossa e commossa dal desiderio di altri venti, di nuovi cieli.
Quando passammo dinanzi, la donna era scomparsa nell'interno buio e fioco, ed io ero troppo spinto dall'ansia di visitare le rovine di Bulla Regia, quegli avanzi della grandezza e della possanza di Roma antica, che recenti scavi hanno restituito alla luce, per preoccuparmi della beduina bella e sdegnosa.
Tra gli asfodeli in fiore salimmo una scala che ci condusse all'ingresso del palazzo romano.
Scendemmo in una sala terrena, parecchi metri sottoterra. In quell'ombra, in quel silenzio, il mio pensiero percorse i secoli che mi dividevano da quel periodo di conquista. E compresi come lo spirito dei romani cos battaglieri, implacabili dominatori, concepisse il godimento della vita resa per quanto possibile comoda e piacevole. Ci desunsi dall'architettura e dalla costruzione del palazzo. La bella castellana si godeva sulla terrazza il dolce inverno e la primavera radiosa, e quando il sole d'estate flagellava le piane roventi chiedeva ristoro alla frescura della sala sotterranea.
E in quell'ambiente riparato da tutte le sferze del sole, nulla mancava. Un fino mosaico mirabilmente conservato rappresenta il trionfo di una ninfa marina dalle forme procaci, sostenuta da due nereidi che le offrono le perle del mare e un paniere di pesci. Due piccoli geni alati sorreggono una corona attorno al suo capo. Sopra questo gruppo  modellata una fauna acquatica con una ricchezza di colori che sorprendono. Pi sotto, giusto nel punto dove piove pi viva la luce, inquadrato in una cornice superba, un ritratto di donna dai lineamenti squisiti: forse il ritratto della regina della casa.
Ecco anche un altro meraviglioso palazzo che chiamano il palazzo delle cacce, ed ecco altri palazzi ancora, se pur meno ricchi e meno interessanti.
Un'acqua profonda, chiara ed abbondante, fluisce dalla vasca antica, quasi intatta, dove i ranocchi e le bisce si rincorrono. Qui fu il tempio d'Apollo, e l'acqua benedetta, come un tempo, scorre ancora copiosamente ai piedi dell'altare infranto.
Ammirando le terme pubbliche, monumento gigantesco come lo provano i massi residui, io rividi nella fantasia la forza dell'impero immortale. Molte stanze han conservato le loro vlte e destano stupore gli archi e la enorme sala di mezzo e l'ammasso delle statue spezzate o delle varie sculture rintracciate durante gli scavi.
Coll'anima sbigottita per la grandiosit di queste memorie mi partii da Bulla Regia, e giunto al piccolo ponte, sotto il quale fu assassinata la signorina francese, scesi dal saltafossi e montai nell'automobile corriere che ancora una volta mi lanciava attraverso la Krumiria, mai abbastanza ammirata.
Ansimando il carrozzone si lanci per quella strada, fino a poco tempo fa non corsa se non da puri cavalli di razza e dai nomadi arditi, mentre io cogli occhi pieni di sogni mi abbandonavo alla visione che sempre nuova mi giungeva, per dileguare dopo un attimo dinanzi allo sguardo, nel dolce meriggio africano.
Qualche piccolo gregge smarrito nella valle odorosa, qualche duar dove, accoccolate nel sole, le fanciullette arabe, coperte di giallo, sembravano cespi di ginestre in fiore, qualche pigra ruota di falco, qualche nenia agreste... e una solitudine senza limite.
El Fernana - il nome viene alla regione da un sughero millenario che io conobbi dieci anni fa, oggi reciso dopo che fu spaccato dalla folgore e alla cui ombra gli scekh ed i caid si riunivano nei giorni di mercato per render giustizia; mentre le greggi ed i pastori meriggiavano -  la soglia della Krumiria.
L'automobile dall'ansito stanco rallent la corsa. La strada sale a mano a mano, poi s'inerpica addirittura per la selvaggia montagna, fino alle prime quercie che segnano l'ingresso nella foresta.
Oh la foresta dalla prepotente maest tra le valli odorose e fiorite, nel fascino selvaggio dei pendii, delle rupi nude simili a teste calve, fra tanta ricchezza di chiome!
E mentre a destra la valle aperta, senz'alberi, che sembrava inebriarsi di quella festa di luci e ridere da tutte le gemme che scintillavano dai suoi fiori, dai suoi cespiti, dileguava allo sguardo; a sinistra si spalancava la valle triste e profonda, irta di quercie e fitta di brughiera tra il violaceo dell'ombra meno opaca al riflesso del sole che le pioveva dall'alto.
E lontano i monti soffusi di sole e le colline di un verde intenso sembravano empire la solitudine e il silenzio di lievi fantasmi d'oro.
E non ero in Africa allora. La visione che passava improvvisa nella mia fantasia non era quell'oriente che mi possedeva per i suoi sconfinati deserti e le sue oasi. Nel mio cuore riemergeva l'amore per la mia Barbagia lontana...
Oh nostalgia che ci rendi senza piet! Io ritornavo a Lei con cuore di bandito; ritornavo colla carabina vendicatrice alle valli chiomate di jacupio, ai suoi roveti ed alle sue forze. E rivagavo nell'ultimo bosco di Orgosolo, in quella selva ricca d'acque ma cupa, portante nelle sue elci il lutto di tutte le altre selve devastate dalla scure speculatrice; e ricordavo il tempo quando di quella foresta udivo i fremiti che sembravano singhiozzi e lamenti le grida dell'aquile e degli sparvieri; e ne sentivo il costante tremito come per paura che un giorno le toccasse la stessa sorte.
Ma gli umani che passavano a cavallo e a piedi, rivolti nel candido bernus, non erano i miei barbaricini vestiti di fiamma; pure in quegli occhietti acuti passavano, attraverso lo sguardo di sottomissione del vinto, lampeggiamenti d'odio.
Mi riconobbi cos nel mio secondo nido d'amore. Con animo commosso ammirai nelle bieche insenature, negli abissi, negli sguardi scrutanti l'infinito, nel raccoglimento misterioso di quelle profondit senza brontolio di torrenti, nella selva di querce d'alto fusto irta di sugheri monumentali e di brughiera, in quella festa di sole e di verde, l'aspra terra dei Krumiri, di quella razza indomita che fu l'ultima a curvarsi di fronte all'esterminio del cannone e alla imposizione delle gabelle.
L'automobile procedeva lenta. Giunta per a un breve tratto di pianura, si lanci velocissima corsa superando la discesa ripida.
Ma ecco ancora una salita, ed ecco la foresta farsi rada e a sinistra la valle schiudersi e stendersi in una larga pianura a poggi, a promontori, a colline dove, bianca come un monumento di neve, d'una solitaria gentilezza appare la sgemah di Sidi-Abdellah, e subito dopo, accosciate nella pendice, le case del villaggetto di Ain-Draham.
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AIN - DRAHAM.
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Ain-Draham: Fontana d'argento - il nome gli deriva dalle acque fresche e leggere che vi abbondano -  un villaggio rupeste dalle casette sparpagliate sul fianco di Sgibel-Dir.
Quella sera, un tramonto di un rosso violento, ammantando di sangue l'arco dei monti lontani, accese tutta la landa che divamp d'improvviso; ma sopraggiunse un crepuscolo cinereo e poi una notte illune ma limpida ingemmata di piccole fredde stelle lontane.
Dalla sgemah di Sidi-Abdellah, mentre grandi fuochi scrutavano, forando lo spazio colle acute lingue di fiamma la purit e la profondit dell'azzurra notte beduina, una nenia sal fra lo stridore iroso dello zocra e il sordo brontolio del tabla. Era la Nesgma del santo, la grandiosa festa notturna che precedeva il delirio dell'indomani.
Il giorno della festa si lev sfolgorante e limpido, bagnato di copiosa rugiada che gettava al primo sole, sulla vallata aperta, lucentezze marine. Attorno alla tomba di Sidi-Abdellah ferveva una grande animazione. A chiedere le grazie del Santo venivano anche dai paesi lontani; fra le piccole tende dell'accampamento una compatta folla variopinta s'agitava sotto il fulgore del cielo.
I giovani arabi, coperti di gandurre fiammanti e dei turbanti candidi e calzati dei fini stivali arancini, inchiodati sui piccoli stalloni nervosi, dipinti di henna, bardati di selle e finimenti preziosi e di magnifiche gualdrappe orientali, si abbandonavano, galoppando in cerchio, al giocondo furore della fantasia. Balzavano ritti in arcione, facendo danzare i puledri sicuri sulle zampe posteriori, guizzando con agilit felina fra le gambe del destriero, raccogliendo da terra un fiore o un fazzoletto, lanciando in aria i lunghi fucili a pietra e ripigliandoli a volo, mentre le donne, vestite d'oro e di azzurro, ornate dei pesanti gioielli barbari, coi fazzoletti fiammei stretti sulla fronte bruna, ci che dava maggior risalto ai loro occhioni voluttosi tinti di khol, prorompevano in "ghi-ghi-ghi" acutissimi e in frenetici urli di plauso.
E al brontolio monotono del tabla e del trillo lacerante dello zocra passavano, uno per volta, i cavalli di vario manto, ma tutti fini, sicuri, velocissimi; i cavalli nudriti di sole, ardenti, lievi, esperti, gentili; e ogni cavallo amava il suo suono e il suo ritmo, e non balzavano rapidi e impetuosi al grido del cavaliere o al colpo dei lunghi pungiglioni di ferro che insanguinavano loro i fianchi. Per un momento, essi, non ascoltavano il grido, n sentivano il morso, ma sostavano intenti alla musica, e obbedivano solo quando la cadenza celere e aspra consonava coll'impeto e la gagliardia della loro natura generosa.
Sidi-Abdellah, il santo miracoloso che la sua dimora bianca sul poggio vivo di sole e coronato dallo sterminato arco dei monti, era giunto da lontano. Figlio del deserto, uomo di intelligenza vivacissima e di volont tenace, fu di quelli che condussero le carovane calzato con sandali di cammello cuciti agli stessi piedi, regolando il ritmo del suo andare e della sua nenia al passo dei dromedari, contemplando, nelle pure notti desertiche, i fondi orizzonti grondanti di stelle.
Ovunque pass lasci la sua ombra e il suo ricordo. L'acutezza del pensiero, la prontezza nel concepire, la dolcezza nella parola, gli fecero meritare l'adorazione di quanti l'avvicinavano.
Invecchi nel deserto, e in un'oasi, dove sost quando le gambe troppo deboli non gli permettevano pi le grandi traversate delle sabbie e delle dune, disse agli abitanti:
- Appena sar morto prendete il mio cadavere, legatelo sulla groppa del migliore dei dromedari bianchi, e lasciatelo andare a suo capriccio. Non permettetegli di bere n di mangiare, e dove il dromedario cascher morto, l erigerete la mia tomba.
E venuto a morte, il suo cadavere venne legato sul dorso d'un monumentale dromedario bianco. Il paziente animale, carico del fardello lieve per la sua molta forza, con passo lento prese a camminare. Attravers le sabbie del Sahara, il Tell di Costantina, le pianure di Annba, le foreste dei Beni-Salah, entr nella Krumiria. Presso una fontana cadde una prima volta. Non gli fu concesso di bere, ma bench sfinito, sfibrato, si alz e cammin ancora e cadde per non pi rialzarsi nel punto dove oggi biancheggia il tumulo che ricorda il nome del santo e la sua leggenda. E la fontana dove il dromedario cadde la prima volta venne chiamata Ain-Sgemmel (fontana del dromedario).
In questo suo largo dominio Sidi-Abdellah gode della ampia fede dei credenti, e questa grande fede solo una volta una ebbe una scossa, ai tempi dell'occupazione francese.
Mentre gli invasori puntavano le loro artigliere dal monte di faccia, gli arabi, che, certi della protezione del Sidi si erano accampati attorno alla sua sgemah accolsero con una risata fragorosa il primo proiettile che pass fischiando in alto e and a perdersi fra i dirupi lontani; ma ebbero un impeto di rivolta e sputarono verso il santo e si dispersero nella foresta, quando il secondo colpo smantell il tumulo e sfracell parecchi dei loro.
Per le feconde piogge che il santo largisce dopo lo scirocco che attenta al verde dei seminati, le grazie che concede a quelli che si recano fino a lui per invocarle, stesero un velo d'oblio sulla impotenza dinanzi al piombo implacabile e micidiale dei rumi.
E la sorprendente bellezza di Ain Draham si estende anche agli incantevoli dintorni.
Quella mattina tiepida e azzurra, mentre a cavallo mi spingevo verso Ben-Metir, appena fuori d'Ain-Draham, il paesaggio che si allargava e si chiudeva allo sguardo sembrava corso da un fremito di dolcezza. Una luce divina che si stendeva dai monti fino all'orizzonte estremo, una calma piena d'armonia che calava dal cerchio boschivo alla pianura di smeraldo, chiusa come in una immensa conca, dove, colla potenza del suo raro candore il tumulo di Sid-Abdellah si staccava come un gran cigno appollaiato, come una vela di paranza solinga nel verde del mare, spandevano tutto intorno un senso di pace e di felicit.
Per la sottile pista forestiera, tagliata fra la maest di vecchie querce e di fronzuti sugheri ricoperti di cenere e di muschio lungo la costa che saliva per cascatelle e burroni e precipizi, quasi sempre nell'ombra, un'ombra fremebonda della musica querula e triste degli uccelli e dei pastori, prosegu fino ad Ain-Sellem.
Per pi d'un mese la mia tenda rimase spiegata nel cuore di quella foresta profonda corsa dal lungo, assiduo, perenne tremito di qualche fioco campano e sonante d'aquile e d'astori, di belati e nenie d'amore, di bramiti e di latrati; per pi d'un mese, come un indigeno, vissi la vita degli arabi nella desolazione di quel dur misero e pacifico.
Gli abitanti di Ain-Sellem, come tutti i Krumiri non sono i raminghi che esulano, che vanno col loro sogno e col loro amore per luoghi sempre nuovi e per lande sempre ignote, col cuore aperto ed innamorato del nomade. Essi sono avvinti alla loro terra e non se ne allontanano che per recarsi un giorno la settimana al Suk di Ain-Draham od a quello di Fernana, facendo ritorno a sera al focolare domestico. Essi non sono gli arabi della tenda mobile, della tenda leggera e vagabonda, ma quelli del gorbino, del gorbino fragile ma saldo.
Oh il gorbino, il gorbino! Questa capanna  il segno dell'indolenza e dell'immobilit musulmana. L'uomo ci nasce e c'invecchia assistendo impassibile alla lenta demolizione del suo abituro e del suo orticello senza mai curvarsi a cogliere una pietra, a rifare una siepe, a cambiare un sostegno, a rimettere del diss dove il sole si  fatto strada con la sua fiamma e la tramontana colla sua lama gelida!
E il gorbino si apr allo strano individuo che accampava tutto solo in quella selva sotto le cime inviolate dagli umani e regnate soltanto dagli sparvieri che aveano albergo fra le roccie levate verso il cielo.
Ed i pastori immobili, dal gruppo, ove vigilavano l'esiguo gregge dall'insidia dello sciacallo, e cantavano sulla ghesba da un crepuscolo all'altro, salutarono questo rumi ravvolto nel berns come un amico.
E dentro il gorbino, attorno al piccolo focolare m'accoccolai sulle ginocchia e gustai il caldo e amaro pane d'orzo e di grano di saggina, che Zorah, giovinetta dal breve tondo tatuaggio sulla sommit della guancia sinistra, aveva impastato colle sue mani sottili e poi cotto sulla brace, mentre la madre era tutta intenta a colare un po' d'olio di lestinco; e il padre mi raccontava i vesperi e l'aurore di quando le trib erano nemiche, e da ogni balza partiva un colpo che spezzava una vita e pi cuori.
E come mi venne offerto il pane d'orzo e di grano di saggina, dolce nella sua amarezza per il gesto che lo accompagnava, mi venne offerto dentro una coppa di bont semplice il cuore. Oh essi benedirono quegli che varc la soglia del gorbino sotto spoglie straniere, ma che sapeva dei loro riti e della loro religione e conosceva i precetti del Corano.
E Zorah, quando a sera mi levai per far ritorno alla mia tenda, dal mucchio della legna dove le galline se ne stavano in linea raccolte e appisolate, scelse un galletto vispo e rubicondo, e dopo avergli annodato un nastro turchino che strapp da un lembo del suo mlhafa, me lo don come pegno della sua amicizia che mi ero saputo cattivare in cos breve ora.
Il pegno, che fu un pegno d'affetto, fu anche il pegno di un amore che non conobbe confini! Ormai Zorah correva per le rupi, per il bosco, dietro il giovine straniero che viveva cogitabondo e sognante. E non era pi la giovinetta pudica della prima sera, ma era la panterotta innamorata che correva dietro il maschio, con la selva dei capelli dati al vento.
In quel bled, dove la carabina preistorica ed il pugnale ebbero il dominio delle vette e dove ancora aveano sicuro rifugio e facili amori i contrabbandieri e i banditi, vissi un altro idillio colla giovinetta che perfino la notte lasciava il suo gorbino per correre a me.
Quando la mia tenda si pieg e riprese il suo andare, e il cavallo bianco, l'imperterrita bestia d'un famoso contrabbandiere che era stato ucciso in uno scontro colle guardie doganali a Frascal, sul limite dell'Algeria, mi ebbe in arcione, la fanciulla s'aggrapp alla criniera pregandomi di lasciarla saltare in groppa e portarla via.
Il primo impeto fu ben quello di cingerle la vita sottile e fuggire con lei per la pista forestiera! Ma dove avrei potuto celare il magnifico tesoro?... Dopo averle promesso che sarei tornato, e quando la vidi curvar la testa rassegnata alle mie parole che le spiegavano, non senza dolore, che la nostra vita  in mano d'Allah e che tutto  scritto nel suo gran libro, spinsi il cavallo al galoppo.
Non ebbe un lamento; la vidi correre verso un alto dirupo e di l tra i rami degli alberi vigilare il mio andare! E vidi la forma immobile sulla cima del dirupo come una statuetta di bronzo...
Tre anni dopo la mia tenda si spieg ancora sullo stesso punto, presso il duar di Ain-Sellem, nel cuore di quella foresta. Ma come ritrovai i sugheri pi vecchi che erano stati abbattuti dalla scure e giacevano, nudi scheletri in color di zafferano, derubati del robusto sugherone angoloso e della scorza preziosa, cos ritrovai Zorah divenuta sposa e madre, un po' appassita ma col lampo della bellezza di un giorno, avvolta con grazia nel melhafa turchino. Ella saliva su di una balza in faccia alla mia tenda e come presa dai ricordi mi guardava tristemente. Ma tutte le volte che tentai di avvicinarla mi fugg. Colei che mi fuggiva era la beduina che mi aveva offerto il suo corpo vergine ed ora sentiva vergogna forse di quel suo corpo deformato dalle pene della maternit e dalla violenza di un marito brutale.
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TABARKA.
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Da Ain-Draham, dopo una breve salita, la strada si protende a giravolte in una lunga discesa ripida.
Grandiose querce ombreggiano per buon tratto lo stradale e nei piccoli intervalli di luce e d'azzurro si apre una superba veduta sul mare e sulla verde pianura di Tabarka.
La valle di Barbx si spalanca ai piedi maestosa ed enorme. Rada d'alberi, sparsa di tende e di gorbini tra lo smeraldo dei piccoli orti assiepati di nero e ruggine dei lentischi e delle felci, sembra immersa in un sogno di silenzio e di solitudine, mentre il ruscello che scorre placido in fondo par che attiri, col mormorio blando, nel suo stretto giaciglio una pioggia di viole e di giacinti.
La pianura chiusa da un serto di monti a ferro di cavallo,  lieta di belati e di clamori. A destra, perduto lontano, tra il cupo degli alberi, occhieggia, come una rosa bianca tra il verde del cespo, la "sgemah" di "Sgedd'Amor", mentre a sinistra, sulla cima di un poggio, coronato di ulivi "Sidi-Abderakhinin" dorme il suo sonno eterno sotto il tumulo di neve fulgente al sole che non lo disgela mai.
Tabarka  un graziosissimo angolo del litorale tunisino. Il villaggio si adagia tutto bianco nella conca verde e azzurra coronata di monti, presso la spiaggia immacolata. A poche braccia dalla terra, in mezzo all'onde, balza un enorme scoglio a picco sul mare in cima al quale, grigio, severo, orrido, come un'aquila prigioniera, un vecchio forte vigila immobile. Sibilando fra le sue screpolature il vento narra dei tempi in cui le ampie stanze vibrarono d'inni e di squilli e di clangori di battaglia; e dei convegni d'amore della bella castellana pei sotterranei bui. Da qualche anno per, la solitudine e il silenzio che pesavano cos austeramente sulla storia del vetusto castello, sono stati violati. Sulla cima un minareto bianco accende a notte il faro che lancia per molte miglia sul mare il potente fascio di fuoco, come un braccio che si protenda in aiuto dei velieri smarriti e battuti dalla procella.
Il nome di Tabarka gli viene da "El-Barca" (la bionda) nome di una donna araba la quale, narra la leggenda, fu di una prodigiosa bellezza, e si slanci dalla pi alta cima dello scoglio per non andare sposa ad un ricco e potente arabo che dopo aver ricorso a tutte le possibili astuzie per averla, voleva prenderla colla violenza.
Tranne il morbido e lieve riflesso azzurro viola che si spande a sera sul biondo della spiaggia e delle dune, come se una beduina vi avesse steso delle larghe lenzuola leggermente intinte nel turchinetto, Tabarka non ha tramonti. Ma le sue aurore sul mare sono pure e divine come le sue notti sono fascinose.
Nel salire la strada erta per insenature meravigliose tutto guglie e capricci e che conduce in una landa boschiva e rupigna fino ai duar di Malula e Bab-Brik, si gode uno spettacolo superbo.
Una notte d'estate attesi l'alba su un alto dirupo a picco. Trascrivo senza ritoccare una parola, quanto ritrovo nel mio taccuino, scritto sulla cima deserta alla incerta luce dell'alba e sotto l'immite fuoco del sole.
"Un gran silenzio. La preghiera del mare giunge ininterrotta, lene, soave, uguale, sommessa, come un sospiro: dalla montagna a qualche raro urlo di sciacallo risponde il furioso latrare dei cani del duar. Sulla bonaccia  un vero incantamento. La pura notte si specchia in quel denso azzurro che  puro come la notte. Nel tremolio dell'onde tutte le stelle sembrano pesciolini d'oro guizzanti a fior d'acqua, calantisi a picco e ricomparenti nello stesso punto. Sembrano piccoli demoni nel mare che nel silenzio infinito si perdano in danze leggere e vertiginose come se le sirene, che odono essi soltanto, cantino il ritmo della danza al suono delle cetre miracolose.
Qualche lumicino lontano e errabondo annunzia che anche la torbida umanit vigila e soffre e gode sul largo cuore del mare; sono i pescatori che calano le reti per adescarvi i pesciolini d'oro che danzano ignari e folli.
Il faro, vigile sempre sull'enorme scoglio a picco tra i flutti, lancia i suoi sprazzi sanguigni lontano: quel monumento cupo sembra un colosso che si sforzi a indagare l'anima del mare tagliandolo furiosamente, repentinamente, ininterrottamente colla sua lunga, sottile, accuminata spada di fuoco.
La via lattea sale dal mare e si perde sui monti. Costellata d'astri pare una larga benda ricamata in oro che cinga la fronte smisurata del cielo... Ma le stelle illanguidiscono, si fan pi piccine, pi tremule, qualcuna si spegne... Le Uri custoditrici delle lampade di Allah, prese forse dal sonno, dalle irresistibili carezze degli amanti sovrumani, avevano lasciato senza nutrimento le lampade affidate alla loro custodia.
Altre stelle a mano a mano affievoliscono, poi ad una ad una si spengono come se siano veramente prive di alimento e colte da una penosa, invincibile stanchezza.
Le fiammelle pi vicine ai monti e pendule sul mare, meglio governate, resistono pi a lungo, ma anch'esse indeboliscono, s'infoscano, muoiono; e mentre le Uri d'Oriente si svegliano per riaccendere i fuochi, l'ultima stella scompare nell'azzurro che si rischiara e s'illumina.
Il colpo d'occhio  meraviglioso. Il caldo alito dello scirocco d come un senso di torpore, ma avvicina allo sguardo il passaggio che si distende e digrada in un silenzio fascinoso e in una sconfinata solitudine.
Il villaggio di Tabarka, niveo e grazioso, adagiato nella conca di smeraldo, col suo grembiule di sabbia dorata ed il cobalto del mare che l'accarezza, non d ancora segni di vita; e mentre le dune si rivestono di viola, e l'isolotto della Galita lontano, tutto azzurro, emerge dalle acque azzurre, immobile e sereno come un gigante in bagno; Caponero, ornato alle basi d'una frangia bionda, come di un muraglione di argilla, nasconde la cima nelle fiamme che divampano dal grande incendio del cielo.
Le vestali d'Allah hanno acceso i fuochi e dall'orizzonte estremo ai monti, al mare, chiazze di sangue e manti di porpora e piogge di rose si confondono nella policromia immensa dell'aurora. Poi il sole, una grande arancia, sorge dalle rosse fiamme vampanti, senza raggi, e s'innalza nel cielo. Ma subito acquista forza, diventa d'acciaio, incandescente e sfodera le sue sottili spade abbaglianti.
E col sole ecco il grande risveglio! Il duar di Mulula freme d'urla e di canzoni, mentre sul mare le paranzelle vigili, colle candide ali spiegate, la prua rivolta al lido, filano leggere come gabbiani tornanti al loro nido d'amore.
Tutto  bello, tutto  grande. La vita vale ben la pena d'essere vissuta se si pu godere una di queste pure notti africane, o ammirare un'aurora divina, o gustare questa infinita pace che non  turbata da passioni violente, n da veemenze di sensi e di desideri!".
Fu a Tabarka che io appresi le prime parole d'arabo, fu qui che il mio cuore primitivo rotto dalla serena e perfida pena della nostalgia per la mia Sardegna la prima volta abbandonata, si apr agli arabi della Krumiria buoni e forti.
Tabarka  stata per me come le rondini il nido. L'abitavo alcuni mesi dell'anno e sempre che ritornavo rinnovavo i vincoli delle mie vecchie amicizie.
Pi che della compagnia dei giovani mi dilettavo di lunghe conversazioni coi vecchi che aveano sempre qualche ricordo da rievocare, qualche leggenda da narrare. Alcuni tipi son passati alle pagine del mio taccuino e al mondo di Allah. Tutte le volte che tornavo ne trovavo qualcuno di meno. La vita di privazioni e di lavoro non lascia troppo invecchiare i buoni Krumiri.
Maucci, aveva pi di sessant'anni. Era un bell'uomo gagliardo e ribelle. Nella sua giovent era stato un signore. L'alcool e il giuoco delle carte lo aveano rovinato. Si rassegn alla sua sorte e divenne un lavoratore indefesso. Come tutti gli arabi era credente e si ostinava nel volermi dimostrare che niuno pu sottrarsi a ci che per ciascuno  scritto fin dal giorno della nascita nel gran libro di Allah.
Non rimpiangeva la sua giovinezza lussuosa e scapigliata e viveva nel duar di Zuan, sulla collina di faccia al mare, poco distante da Tabarka, lieto dell'umile pace del focolare.
Meriem, sua moglie, anziana ma che sembrava decrepita addirittura con quel viso di bronzo asciutto e tagliato dalle rughe, i suoi figli Mohamed e Al, due giovani belli e fieri, e Khadima sua figlia, ne componevano la famigliola.
Per, comprato che ebbe moglie a Mohamed suo figlio primo, una covata di bimbi venne ad allietare la sua vecchiaia. Egli prediligeva Mabruka, una bimbetta soave.
Due anni or sono, dopo una lunga assenza, rientrando a Tabarka non trovai pi il mio vecchio amico; Maucci era morto. Anche Merien era morta e Mohamed pensava a comprare moglie al giovane fratello Al.
Mabruka, la piccola Mabruka, aveva sempre impresso nel volto un non so che di inconsolabile. Ha otto anni, e anche ora quando le chiedo di chi  figlia, mi risponde che suo padre si chiamava Maucci e che  morto: le cure e le premure e le carezze del vecchio nonno l'aveano eletto dentro il cuore di lei, che come il suo dolce visino e i dolci occhi smorti,  senza sorrisi e triste per il padre; mentre  persuasa che Mohamed, il padre vero, non sia che suo fratello maggiore.
Mi piace rievocare la simpatica figura di Maucci anche per l'affetto che ci legava. Egli aveva capito come io gli fossi andato incontro col cuore sulla palma della mano, e vedeva tutto il mio interessamento per imparar bene la lingua e apprendere racconti arabi e leggende, epper non mi celava nulla ed ogni qualvolta ci incontravamo aveva sempre qualcosa di nuovo da raccontarmi.
Mi disse della sua vita, delle sue gioie, delle sue pene. La pena maggiore l'aveva avuta quando suo figlio Mohamed, sui quindici anni, colpito da una fierissima malattia, era stato sulla soglia della morte.
- " giunto fino alla porta e non l'ha varcata - mi diceva -. Chi veniva a vederlo si partiva colla certezza che al ritorno non l'avrebbe pi trovato fra i vivi. Io mi scioglievo in lagrime. Pazzo di dolore, tutto ignudo, m'andai a buttare nel fitto d'una grossa macchia di fichi d'india e ne uscii a stento trafitto da mille e mille di quelle spine lunghe, dure e dolorosissime. Allah ebbe compassione del mio strazio. Mohamed guar e fu egli stesso che per molto tempo, nella sua convalescenza, prese a levarmi le spine che si eran conficcate nelle mie carni".
Se il vecchio Maucci mi raccontava le sue tristezze domestiche, non tralasciava di farmi credere ai miracoli e alle leggende.
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SIDI MUSSA.
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Di Sidi Mussa un santo che ha una misera tomba in un angolo della spiaggia di Tabarka fumida tuttavia sempre di benzoino e nella notte ardente di molti ceri, dono dei credenti e dei devoti, mi esaltava spesso i prodigi.
Fra le tante ne voglio riferire una graziosa:
"Una volta a un tale venne rubato un gallo. I suoi sospetti caddero su di un vicino dagli artiglietti rapaci e and a chiedergliene conto. Il ladro neg recisamente. Allora, il derubato, lo port presso la tomba di Sidi Mussa per fargli giurare la propria innocenza.
Il ladro si accingeva ad aprir bocca per pronunziare il giuramento posando la mano sulla tomba del santo, quando dal petto gli sgorgarono tre potenti cuccurucu: il gallo rubato gli aveva cantato tre volte in corpo. Sidi Mussa svelava che lo spergiuro era il vero ladro".
 EL GUR-GUR
Un giorno, un rospo ci saltellava vicino.
"Non ammazzarlo - mi disse Maucci trattenendo il mio piede col quale stavo per schiacciare l'animale bolso -. Sappi che il gur gur fu creato da Allah per esempio agli uomini.
Egli si nutre di terra; pensa, dunque, quale abbondanza di cibo! Eppure  cos parco! Anche il suo canto triste dice all'uomo: "Okul-be-scioia bam-tuil" (mangia poco che l'anno  lungo).
Quando una persona muore, appena seppellita, il gur-gur corre e le mangia la punta del naso. Han voglia i rumi di chiudere i loro morti entro le casse! Esso vi penetra sempre. Tale condanna  imposta da Allah al naso degli umani perch il naso  la parte pi orgogliosa e superba del nostro corpo"
Altre volte mi narrava della grande ignoranza degli arabi antichi di Lahuamdia, una trib stanziante a pochi chilometri da Tabarka.
 L'USIGNOLO
"L'Uhandi, che per la prima volta ud il canto dell'usignolo, si ferm incantato ad ascoltarlo. La melodia divina l'impression. Quella musica soave lo commosse. Credette ad un miracolo. Pens ad uno spirito che gli vaticinasse un avvenire di gioie e di tenerezze indefinibili. Torn al suo gorbino, scelse la migliore giovenca del suo branco, and a legarla in voto all'albero dove l'uccellino canoro cantava sempre a squarciagola".
- Chi avr sciolta la bella giovenca legata? - concludeva Maucci ridendo.
 LE RANE
"Nel largo stagno della piana le rane gracidavano. Gli uomini del duar, meravigliati; si chiedevano: - Quali spiriti misteriosi si lamentano?
Due, tre, quattro notti; le rane gracidavano sempre implacabili.
- Saranno amici? Saranno nemici? Che voglion da noi? - si domandavan l'un l'altro -. Bisogner bene finirla: se sono amici accetteranno di cenare con noi, e se sono nemici, li combatteremo.
Venne preparato un abbondante cuscus. I larghi piatti di legno ricolmi dell'odoroso cibo venivano deposti sull'orlo dello stagno che in un attimo fu circondato da tutti gli abitanti del duar armati dei lunghi fucili a pietra. Le rane tacquero all'insolito rumorio e alle voci d'invito non risposero. Mentre per tutti in silenzio mangiavano, le rane pettegole, ripresero il tremendo versetto.
Esasperati gli arabi corsero alle armi, e le prime fucilate partirono. Quelli di una sponda colpivano i compagni che erano sull'altra. La vista dei caduti accrebbe il furore; credettero che il nemico invisibile rispondesse al fuoco e le fucilate raddoppiarono; raddoppiarono finch tutti caddero nella folle strage fratricida.
 ALI BEN AJED
Un'altra figura di vecchio imperterrito per chiudere questo capitolo: Ali ben Ajed.
Morto qualche anno fa, Ali ben Ajed, fino alla sua morte fu temuto e venerato. Mi fu simpatico per la sua forza crudele. Questo vecchio contrabbandiere mi ricordava un vecchio bandito sardo.
Il vecchio bandito sardo diceva: "Quand'ero giovine mi giovavo delle gambe. Colla mia grande sveltezza sfuggivo ad ogni attiva ricerca. Ora sono vecchio, le gambe hanno perso la loro straordinaria agilit; cos, quando vedo carabinieri mi rifugio dietro un tronco d'albero e spiano la doppietta".
Ali ben Ajed diceva: "Col mio cavallo e il mio fucile, vecchio come sono, non ho paura di venti spahis".
Era un vecchio tremendo. L'armonia delle forme vigorose, gli occhietti acuti dorati grifagni, il color bronzeo del viso facevan manifesta l'ardenza del sangue.
Ali ben Ajed mi raccont:
"Una volta - fu prima dell'occupazione francese - un mio pastorello mi ritorn piangendo perch nella notte gli era stato rubato il migliore torello del mio branco. Quella notizia mi morsic il cuore.
Chi aveva osato rubare a Ali ben Ajed?
L'indomani il servetto torn a dirmi che nella notte gli era stata rubata una vacca.
Il ladro, pensai, ritorner ancora.
Per tre notti vegliai nascosto in mezzo agli scopeti e in vista al piano dove a sera si riuniva il mio bestiame.
La quarta sera, nel cuor della notte, mi accorsi di due ombre che circospette s'accostavano al mio armento. Mentre uno, con una fronda di quercia adescava una giovenca, l'altro la legava; poi li vidi muoversi tirandosi dietro la preda.
Rapido come una folgore piombai addosso ai ladri e li legai solidamente. Non urlai, non feci loro alcun male.
All'alba mandai molta gente a raccattar legna, feci sgozzare la giovenca ancora legata colla fune dei ladri e feci ammannire un suntuoso cuscus.
Venuta l'ora del banchetto legai i due sulla catasta di legna e colle mie stesse mani vi appiccai il fuoco.
Fui implacabile! Li lasciai ardere senza commuovermi delle loro grida disperate scoranti: tutt'intorno fremeva la baldoria del gran festino.
Fedele al rito musulmano che vuole il banchetto della morte, perch si abbia all'ingresso della nuova vita ugual trattamento la persona che scompare, io avevo pensato al banchetto funebre".
In questo ricordo, rievocato con freddo cuore e con occhio sereno  specchiato il carattere dell'uomo che io conobbi canuto, ma sempre fiero e gagliardo.
 UNA NESGMA
- Vieni alla nesgma? - Mi disse Ahmed ben Bilcassem, un krumiro sui quindici anni, dal viso abbronzato e rigido, tutto vivo di due occhi inquieti e intelligenti. - Vieni, vedrai stasera la bella festa notturna.
Sapevo che le feste notturne presso gli arabi dei monti sono il convegno dei rapsodi estemporanei e dei narratori raminghi, e, desideroso come ero di conoscere quelle leggende poetiche e paurose che sono fra le pi interessanti tradizioni del popolo d'Islam, mi chiusi nel berns e seguii la mia guida.
C'incamminammo per lo stradale gi bianco di luna dove, a tratti, si agitavano pensose e fantastiche le ombre degli eucaliptus che si rincorrevano diffondendo tutto intorno un denso profumo penetrante.
Il plenilunio velato di tenui vapori rosati pareva sorridesse colle sue labbra sbiancate agli ultimi incanti del tramonto: gi il sole era calato dietro la pura linea del monte lasciando sul vertice un'ultima fiamma sanguigna, quasi uno zampillo di sangue sgorgante dalla larga ferita di un gigante.
Per parecchi chilometri seguimmo la strada deserta; poi svoltammo a sinistra in un sentiero che ci condusse in breve nel cuore della foresta.
La notte languida, splendida di tutte le sue stelle, traboccante di acri profumi misteriosi, incantava.
- Siamo vicini - mormor il mio compagno.
Io lo udii appena; la profonda solitudine dell'ora, il fremito degli alberi sotto la luce perlacea della luna, la melodia che giungeva a tratti con fievole respiro dall'accampamento vicino raccoglieva tutta l'anima mia in un dolce isolamento.
D'improvviso il grido di una civetta ruppe il ritmo dei nostri passi e il silenzio del cielo; il triste uccello notturno solc lo spazio e si dilegu dietro a noi nell'oscurit della selva. Ahmed trasse fuori il coltello; la lama lucida alla luna mand sinistri bagliori, poi egli si chin, raccolse un ciottolo e batt l'arma sulla selce.
Io stupii:- Che cosa fai? - gli domandai attonito.
Egli rispose con voce commossa:
- Come, non hai udito il malaugurio che ha strillato l'uccello del diavolo?
- Ebbene, vuoi forse uccidere l'uccello del diavolo col tuo coltello?
- No, per lo stridore del ferro sulla pietra  il migliore rimedio per farlo allontanare... Guai al gorbino sul quale andr a posarsi stanotte ... Non per nulla si chiama l'uccello del diavolo!
- Via, questi non sono che pregiudizi, non sono che strane fissazioni.
- Come, tu non ci credi? Ebbene, vedi, senza parlarti di tutte le storie pi dolorose che io so al riguardo, ti dir di una indimenticabile prova della sciagura vaticinata da quell'orribile canto.
"Un'ombra di tristezza si distese su tutto il nostro dur quando - era una notte nera nera - il maledetto uccello si pos sul gorbino di Abdellah ben Khader, e cant: Non avesse mai cantato!
Abdellah era un figlio prediletto della fortuna. Le sue pecore davan sempre pi latte e pi lana di quelle dei pastori vicini e gli prosperavano le seminagioni miracolosamente. Aveva due mogli che erano belle e baldanzose, e tre figlioletti, tre gemme preziose.
Da quella notte Abdellah non ebbe pi un'ora buona. In poco tempo gli morirono le due mogli belle e baldanzose e i figliuoletti pure, le tre gemme preziose, se ne volarono in cielo a confondersi con le stelle.
Una peste mai veduta gli distrusse il bestiame, ed egli stesso, infine, dal gran piangere perse la vista! Ora il disgraziato accatta per le strade".
Dopo queste parole Ahmed ben Bilcassen si chiuse in un triste silenzio.
Finalmente sbucammo nell'altipiano dove, presso la candida sgemah, il bianco tumulo che raccoglie le spoglie di Sgdd-Amr, fremeva in un selvaggio tripudio la gaia festa notturna.
Che incanto! Nel purissimo albore lunare tra le volute di un fumo leggerissimo trasparente che si sollevava pigro dai fuochi, una calca d'arabi s'aggirava urlante, avvicendando i clarinetti striduli coi tamburoni cavernosi.
Attorno ai fuochi gli anziani che non prendevano parte alla nesgma, conversavano fra di loro; altri accoccolati su vecchie stuoie presso la tenda lillipuziana d'un caffettiere nomade, giuocavano al domino e alle carte.
Qua e l ravvolti nelle gandurre bianche, i bimbetti, colti dal sonno, dormivano placidamente: la luna con un largo sorriso di madre, pareva vegliasse a proteggerli.
Le donne e le fanciulle, sedute per terra, bene allineate, presentavano una scena molto caratteristica: scintillii di pupille e di gioielli al chiaro cupo dei fuochi senza fiamma! A brevi e uguali distanze, innanzi a loro, ardevano, immobili nella gran calma, alcune candele di cera; e le donne, sulle quali quelle piccole luci scialbe si riflettevano, aveano nel volto gi pieno di luna, qualcosa di marmoreo e di ieratico.
Ma da vicino, quell'impressione svaniva: gli occhi erano voluttuosi e mobilissimi, veri astri lucenti nel divino pallore della notte bianca; le labbra scarlatte, tumide, sensuali, aperte nel viso come una ferita; le chiostre dei bei denti uguali e bianchissimi che davano l'idea di tanti petali di margheritine ben disposti per adornare il sorriso; le guance turgide e brune cui i vaghi arabeschi del tatuaggio tradizionale davano un potere malioso; le braccia modellate, sottili, flessuose, coperte di strani segni come da una veste di serpente.
I giovani a due a due, con passo lento, uguale, allo stridere del clarino arabo e al batter del tamburo, presentati dal poeta estemporaneo, l'improvvisatore che ne cantava le lodi, passavano su e gi, per tre volte, innanzi alle donne.
Delle strofe del rapsodo pronunziate con cantilena lenta o con foga vertiginosa, a seconda dell'impeto lirico che lo animava, non riuscivo a comprendere che qualche frase staccata. Capivo tuttavia che egli presentava i giovani chiamandoli per nome, designando le trib alla quale essi appartenevano e ponendone in risalto con appassionati accenti i pregi e le virt; e il canto accompagnava con una mimica tutta dignit e seduzione che conferiva al suo dire una espressione singolarissima.
Certo il canto doveva essere molto bello, era quasi una passione, perch l'attenzione appariva in tutti vivissima, e ogni volta che il poeta sostava, dalla fila delle donne si alzava un frenetico urlo corale, lungo, argentino, in segno di incitamento e di plauso. Anche Ahmed, estatico, cogli occhi spalancati e le narici palpitanti e il busto teso verso il rapsodo, aveva l'immobilit d'una statua.
- Che mai canta?-gli domandai.
- Ogni sua parola vale pi d'un marengo - mi rispose laconico, e tacque.
Ma in quella anche il poeta cess il suo canto fra i clamori entusiastici della folla. Ahmed e io ci mescolammo fra essa, curiosi.
- Come, Bascir, tu pure qui - disse Ahmed a un arabo che ci veniva incontro; e si strinsero e baciarono le mani reciprocamente.
Poi, rivolgendosi a me:
- Questo  il pi famoso poeta della Krumiria,  l'autore di tutte le pi belle canzoni che corrono di bocca in bocca nel nostro bled.
Io mi congratulai.
- Perch non vai tu pure a cantare? - dissi rivolgendomi al poeta, un uomo giovane ancora, alto, snello, col viso cupo appena illuminato da due occhi lucenti.
- Non ho pi voce per cantare, - rispose con accento accorato. - Da qualche anno ho perduto la bella voce che tante gioie mi diede.
- Come mai?
- Allah cos ha voluto.
- O che ci ha da vedere Allah con la tua voce?
- Che cosa ci ha da vedere? Bella, se io ho perduto la voce vuol dire che egli aveva scritto ci sul libro del mio destino; epper mi sono rassegnato senza rancore e senza risentimenti.
- Dunque non  stata qualche brutta malattia della gola che ti ha ucciso il bel canto?
- Io non sono stato mai ammalato!
- E allora?
- Allora, sappi, che Allah mi tolse la voce per esaudire la preghiera di mia madre e di mia moglie.
- E perch di tua madre? E perch della tua sposa?
- Io andavo superbo della mia voce; gli applausi mi esaltavano, mi inebriavano; le belle donne mi si concedevano con trasporto, ammaliate dal fascino del mio canto. Ed io cantavo sempre, di giorno e di notte, ed andavo lontano abbandonando il mio gorbino, dimenticando l'affetto della madre e i baci della sposa.
Ero pazzo; una forza ignota, irresistibile, mi spingeva a correre di festa in festa e a misurarmi coi migliori poeti improvvisatori.
Oh! quante volte proposi a me stesso di ritirarmi nella pace della mia famiglia! Ma dopo qualche giorno il demone della tentazione tornava a sconvolgermi l'anima ed io fuggivo folle, nottetempo, come un ladro.
Fu per queste mie strane fughe che le due donne si misero d'accordo nel propinarmi una notte del turchinetto sciolto in una mistura diabolica. Da quella notte persi l'incanto della voce che deliziava perfino l'usignolo del mio gorbino. Ora, perch io non canto pi, anch'egli ha cessato di cantare!
Le ultime parole dell'infelice poeta avevano vibrazioni angosciose, calde di rimpianto.
Sulle stuoie, davanti al piccolo caff ambulante nessuno pi giuocava. Tutti si erano fatti attorno al vecchio Rebah, un vegliardo dal viso butterato di vaiolo e coronato da una corta e rada chioma bianca.
Con voce pacata e limpida, accompagnando ogni parola con un gesto ora sobrio, ora ampio e solenne, il vecchio narrava una terribile storia di morte e di sangue.
Di quella voce chiara e piana non mi sfuggiva nemmeno una sillaba.
Sotto la pura tranquillit lunare gli animi degli ascoltanti risalivano, dietro le magiche evocazioni di Rebah, il corso del tempo fino ai prodigi di Abdennab e di Said-Al, i due grandi profeti discendenti di Mohamed.
Il vecchio narrava:
"I romani - le rovine sulle quali ad ogni passo inciampiamo ne sono nefasta memoria - avevano spiegato le loro tende vittoriose sui nostri campi e sui nostri monti. Conquistavano tutto e tutto devastavano. Violavano le nostre donne e trucidavano chiunque avesse osato difendere la verginit della propria figliuola. Erano seminatori di morte, fantasmi di distruzione. Abdennab, il profeta nostro, se ne stava sopra un monte coi suoi guerrieri ed aveva con s la moglie ed una figlia bellissima.
Costei un giorno, sola, sul suo cavallo si allontan nella pendice.
Un gruppo di romani sorprese in quei dintorni la giovinetta; la quale, alla sua volta, accortasi dei nemici, fugg rapidissimamente e disparve come una splendida visione.
Il capo dei romani, innamoratosi della bella apparizione, sapendo chi era la donna, invi messi da Abdennab per chiedergli la figlia in isposa. Il profeta rifiut recisamente e si prepar all'attacco.
Ma quale fu il suo stupore quando, mosse le selle per sellare i cavalli di battaglia, vide sgattaiolare da ogni parte centinaia e centinaia di topi che avevano rosicchiato e resi inutili tutti i finimenti. Stupito, pens che i topi fossero un sortilegio dei romani; un fosco presagio gli oscur il volto. Allora, invocato l'aiuto d'Allah si percosse con la mano la gamba destra, e d'un tratto bello e felino balz un gatto, e poi un altro e poi un altro ancora, alla rincorsa dei topi fra i cespugli.
Calata la notte, i romani assaltarono vittoriosamente il campo di Abdennab; il profeta, coi suoi, sostenne l'attacco fino a che la moglie e la figlia non ebbero trovato rifugio nelle terre governate dal suo cugino Said-Al. Abdennab, appena le seppe al sicuro, inforc il cavallo e si slanci a corsa sfrenata per opposte contrade, traendo dietro di s la furia inseguitrice dei vincitori.
L'alba lo sorprese sempre sul suo cavallo fuggente attraverso brughiere spoglie, per erti valloni chiusi, per poggi rocciosi e faticosi. Ma ecco che al suo passaggio un armento di torelli e di giovenche sparso al pascolo, fugg spaurito e mugghiante.
Abdennab vedendosi avverse anche le bestie, scagli loro una maledizione:
- Quando a primavera, nei mesi in cui l'erba  pi folta e odorosa, liete dell'abbondanza vi beate nella pastura, Allah vi mandi qualcosa che vi triboli e vi tormenti costringendovi a correre e fuggire insaziati, spauriti, cos come fate ora al mio passaggio.
" da allora che la mosca col pungiglione inveisce a primavera contro i giovenchi e li tormenta e non li lascia pascolare e li sprona a corse disperate e furibonde".
Anche le capre, al suo passare, si dispersero celeri per il poggio roccioso con la coda in su, tremanti di paura.
La maledizione del profeta le raggiunse nella corsa:
- L'inverno vi faccia come oggi tremare per il freddo; la pioggia vi sferzi come oggi a correr pavide e folli, la coda vi resti sempre in su a ludibrio di chi vi vede.
"Da quel giorno le capre nacquero con la coda in su, son freddolose e corrono pavide sotto la pioggia".
I cammelli davanti al fuggiasco, sollevarono invece placidi la testa, allungarono il collo, e lo fissarono coi grandi occhi sereni.
Abdennab li benedisse:
- Allah non vi faccia mai soffrir la sete, nessun altro quadrupede arrivi colla testa cos in alto come voi e il piede di dietro, nel camminare sorpassi quello davanti.
"Ecco perch il cammello ha il serbatoio dell'acqua, il collo lunghissimo, ed  il solo che col piede di dietro nel camminare sorpassi quello davanti".
Anche le pecore si raccolsero attonite guardando quell'uomo infuriato che passava, e non si mossero.
Il profeta le bened:
- Per proteggervi dal freddo e dal gelo, Allah vi dia morbide e calde vesti; e per gli atroci solleoni faccia che l'ombra ricopra sempre il vostro capo.
"La benefica lana crebbe alle pecore e nell'estate esse appresero a camminare aggruppate in modo che la coda dell'una ombreggi la testa dell'altra".
Ma il cavallo era esausto e stramazz nella corsa. Le pesta dei persecutori minacciavano vicine. Dove trovar salvezza? Un largo crepaccio di rupe apparve ai suoi occhi presso il sentiero. Il profeta vi si nascose. Un ragno laborioso copr come per incanto l'apertura colla sua tela.
I nemici, nel passare, sostarono davanti alla roccia, ma videro la ragnatela intatta e si allontanarono pi veloci che mai.
Il profeta, vedendosi salvo per l'industre opera del silenzioso insetto si rivolse ad Allah:
- Che il cibo, la piccola preda vada da s nel buco del ragno; che egli si abbia il nutrimento senza noie, senza fatiche, senza il crudo pensiero di doversela procacciare.
"Le mosche e gli altri insetti vanno da s ad impigliarsi nella ragnatela dove il ragno vive beato, senza fastidi".
Intanto Said-Al, l'altro profeta, cugino di Abdennab, avendo letto nella luna sanguigna la disfatta del congiunto inforc il cavallo e per volere di Allah, la distanza di parecchi mesi dal luogo della guerra, percorse in un sol giorno.
S'imbatt coi nemici e da solo li attacc. La scimitarra fatata recideva teste come la falce miete le spighe in un campo di grano, ed egli era invulnerabile! I colpi dei nemici non gli producevano ferite e le loro frecce rimbalzavano indietro a seminar strage fra i lanciatori.
Stupiti, sbigottiti, sgomenti, gl'invasori volsero in fuga. Il profeta li insegu. I romani giunti al mare balzarono sui navigli e presero il largo. Said-Al s'arrest. Sul limite della terra finiva la sua forza invincibile, misteriosa, sovrumana; e torn fra il suo popolo.
Sdegnato della pusillanimit della sua gente, Said-Al rivolse contro di essa la sua ira e cominci a uccidere tutti quelli che gli capitavano innanzi, preso dalla volutt dello sterminio.
Ma in mezzo alla carneficina la voce di Allah tuon:
- Ferma il braccio! Perch vuoi sgozzare tutti i miei fedeli?
- Non vedi, scongiur Said-Al, quanta vergogna in questo popolo d'imbelli? Lascia che lo distrugga e che dal suo sangue germini una razza di gagliardi!
- Arresta il braccio, non versare il sangue dei miei fedeli!
- Oh lascia che liberi la terra da questi vermi! Se no, vedrai, verr il giorno in cui il tuo nome e il mio serviranno per gli spergiuri, per i seduttori, per i malvagi!
- Arresta il braccio!
- Lascia che corra questo sangue acquoso, che scorra almeno fino a coprire la groppa del mio cavallo!
Allah non rispose ma in un fragore altissimo di tuoni il cielo si oscur, si vel di nubi dense e vermiglie e piovve sangue! E piovve, e piovve, e piovve, finch il sangue a mano a mano non raggiunse la groppa del cavallo di Said-Al.
Cos i musulmani furono salvi. Ma come predisse il profeta, purtroppo vediamo che oggi i nomi di Allah e di Said-Al servono ai reprobi per giurare il falso".
Dopo la mezzanotte, ripresi con Ahmed la via del ritorno.
- Sono molto belle, pittoresche, singolari le vostre nesgme; dissi io cammin facendo.
- S, son molto belle - conferm il mio compagno e tacque immerso in un silenzio profondo, quasi un senso di dolcezza inesprimibile gl'inondasse l'anima nostalgica.
Venne un alito di vento dal bosco, tepido e odoroso, e d'improvviso Ahmed scoppi in un singhiozzo frenato a stento. Qualcosa di infinitamente triste e di infinitamente dolce piangeva e rideva nel suo cuore.
Poi nella notte tutta canora di grilli e viva dei fremiti del bosco, sotto le stelle che sembravano pi piccole, pi lontane, meno ardenti nella soave chiarit lunare, incominci a cantare prima colle labbra strette, emettendo quasi un debole bisbiglio, poi mano a mano elevando il tono della voce robusta e commossa, modulandola d'armonie deliziose, animandola di selvagge passioni e di volutt intense.
 ANNEBA - HIPPONE
Appena varcato il "Capo Guardia" superbo scoglio pittoresco, sulla cui cima vigila a notte l'insonne occhio di un faro, eccoci nel golfo di Anneba (Bona). Il piroscafo, prima barcollante sul mare inquieto, ora fila sull'azzurro terso, immacolato, trasparente, di una immobilit quasi vitrea: che dal vento della terra lo difende il litorale, una stupenda montagna verde e fiorita che ora si spinge avanti nel mare ed ora si raccoglie in incantevoli insenature, tutta sorprese, tutta miracoli, tutta capricci.
Lungo la costiera erta e selvaggia, fra il cupo degli alberi e degli arbusti sorride la pi ricca, la pi esuberante delle vegetazioni. Anche le rocce si ammantano di verde e tutt'intorno s'allarga un vero tripudio di fiori e una viva esultanza di profumi. L'occhio gi s'inebria della pura bellezza del cielo africano e della natura prodigiosa mentre lo spirito s'imbeve del caldo alito che si spande tutto intorno ebbro di fragranze salmastre e di effluvi rupestri.
Lungo il litorale  un seminio di punti bianchi dai quali si sferrano faville multicolori, come pulviscoli rosei, dorati, di madreperla: sono le tombe musulmane e bianchi villini orientali sparpagliati cos come se fossero grandi cigni appiedati e dan l'idea dei favolosi diamanti incastonati in una enorme collana di smeraldo da artefici giganti. Ed eccoci dinanzi alla rocca del Leone, una perfida rocca isolata tutta crepe e dentellature che il mare avvolge sempre di schiuma e dove pi d'una barchetta ebbe spezzata la fragile prora.
- La rocca del Leone - mi disse un marinaio -  l'incubo dei marinai!... All'uragano i flutti invano si arrabbiano, si contorcono, urlano, sibilano, schiaffeggiano quell'enorme testa di belva che par sogghigni beffarda alla inane furia del mare, al suo assalto formidabile e pur vano. Anzi sembra pi lieto e pi tragico, quel leone di macigno alla tempesta: la tempesta gli d la gioia della procellaria! Mentre la raffica lotter inutilmente per sommergerlo, stritolarlo, distruggerlo, gitter nelle sue fauci insaziabili la sottile agile paranzella, che a poppa, quasi sempre, ha un vecchio e un fanciullo.
Ma il piroscafo procede ed entra nel vasto porto di Anneba. In un momento il panorama si trasforma ed improvvisa, agli occhi del viaggiatore, appare la citt, la piccola citt elegante e civettuola, mollemente adagiata sulla marina.
Dietro la citt una catena di montagne alte e grifagne scagliano verso il cielo le cime superbe. Sono le giogaie de l'Edg ricche di foreste, ciclopiche custodi, a vigilare quella deliziosa fanciulla strana distesa ai loro piedi, immobile e taciturna come una principessa prigioniera. E la bella prigioniera, la triste e gentile fata, par lanci occhiate voluttuose, ardenti, melanconiche; par chieda, invochi aiuto da un prode cavaliere lontano.
Ma i giganti sono intenti e inflessibili. Ogni tanto spandono sulla loro preda i bei manti di mussolina che tessono e ricamano, variando tinte, parecchie volte al giorno... E la tengono immobile entro la nicchia d'oro; e follemente innamorati, la coprono di viole, di rose tea, di rose vellutate, d'aurore, di tramonti. E sanno dare ai loro ricami perfette tonalit di colori, di sfumature, d'ombre, poi che pel loro lavorio traggono i fili dalla ricca, pura, policroma luce saracina.
Allo sbarco, la citt graziosa e pulita, dalle vie larghe e uguali, adorna d'un corso elegante ed aristocratico appare proprio quale si scorge dal mare, una piccola civettuola citt europea.
Ma subito dopo, a destra del corso, si entra nel quartiere arabo. La grande moschea che sorge al lato orientale d'una grande piazza  il primo segno che riporta l'anima al misterioso e suggestivo Islam, alla sua melanconia ineffabile, alle sue dimore chiuse come prigioni, alle sue tradizioni, alle sue leggende.
Le colonne della moschea brillano d'un chiaro splendore quasi trasparente, e dal tetto, dove le cicogne nella sera si profilano ritte su una gamba sola, presso i loro nidi, sferrando voci che sembrano lo sbatter rapido di due tavolette, dando una nota di amore e di gentilezza ai dorati crepuscoli, l'agile minareto balza nello spazio come un braccio di gigante che si leva non so se a benedire o a maledire.
La citt araba si arrampica sulla costa. Nelle vie strette e tortuose celate al sole s'aprono misere botteghe di mercantuzzi indolenti; i quali, beati della loro vita e della loro inerzia, se ne stanno sdraiati sulla soglia fumando il kif in minuscole pipe d'argilla, e seguendo immobili e sereni il lento salire del fumo pigro come i loro pensieri.
Una folla sempre compatta e ciarliera s'agita in quei viottoli angusti dove vibra melanconico il ghenibri o stride pettegola la raaita. Le donne dal viso velato di cui non si scorgono che la fronte bruna, le nerissime sopraciglia unite irrobustite col khol e gli occhi allungati a mandorla dalla stessa tinta, qualche volta sostenendo il velo sul viso in modo da mettere in rilievo una mano affusolata e bellissima colle unghie crocee di henna, sgusciano rasentando i muri e, non di rado, il canto delle prostitute, canti di volutt e d'amore, cala dall'alto delle finestrelle robustamente inferriate.
In alto, sulla kasbah, si sbocca sul ponte dei carrubi: un ponte di ferro agile e snello che ad un'altezza impressionante congiunge un profondo varco aperto, due colossali mascelle di diruppo.
Da questo ponte quasi aereo senza veruno ostacolo dinanzi, si ammira uno splendido panorama; la distanza infinita del mare, la festa delle paranze che si dondolano come grandi gabbiani, un tripudio di raggi e di scintille che s'avvicinano e s'allontanano in una molle danza che sale e discende tra cielo e mare.
Lontano quasi di faccia, le scogliere di Capo Rosa colle cime velate di nuvolette bianche, digradano tenui, tanto tenui, che a volte scompaiono dagli sguardi e sembra, o che il mare le inghiotta, o che l'orizzonte s'abbassi e le nasconda nel suo azzurro.
In un centro oscuro e povero, abitato soltanto da indigeni e da israeliti,  la Sinagoga. Lo stabilimento cupo e severo non interesserebbe senza la leggenda che lo rende memorabile per gli oggetti preziosi che custodisce. Dicono che rinserri un seggio dove il gran re Salomone ebbe a posarsi, ed una Bibbia meravigliosa. E della bibbia ecco quanto si racconta:
"Un vecchio beduino di Anneba, molti secoli fa, si rec, secondo il rito, in pellegrinaggio alla Mecca per visitare la tomba del Profeta. Dopo le dovute devozioni, per far ritorno alla sua citt s'imbarc in un piroscafo che faceva rotta per Alessandria d'Egitto; fra i viaggiatori vi era pure un israelita di Anneba che ritornava da Gerusalemme portando una bibbia regalatagli dal supremo rabbino chiusa in un cofanetto di rame.
Durante il viaggio si scaten un tempesta furiosissima, le fauci del mare inghiottirono il naviglio, uno solo dei passeggeri si salv: il vecchio beduino di Anneba.
Qualche giorno dopo il suo ritorno in patria, il guardiano che vegliava di notte sul mare vide un cofanetto galleggiante. Scese in una barca e tent di prenderlo; ma l'oggetto, quasi fosse guidato da una mano esperta e da una forza ignota, guadagn rapido il largo: per varie altre volte, ma sempre invano, si cerc di pescarlo.
Allora pensarono all'ebreo naufragato e alla bibbia rinchiusa nel cofanetto di rame, e posero in mare una barca con degli israeliti. Appena la scialuppa si mosse, il cofano si diresse deciso verso di essa e salt da solo nelle mani del rabbino. Questi l'apr e vi trov intatta la bibbia che veniva da Gerusalemme.
Scosso da tanto miracolo, il beduino scampato dal naufragio, uomo assai ricco, fece fabbricare una casa che custodisse il prezioso oggetto. Cos ebbe origine la Sinagoga".
Sulla sommit d'una collina esposta al sole  il cimitero musulmano. Quell'aperto colle, che non  il severo cupo accigliato recinto del cimitero cristiano, che non ha croci n zolle nere, n viali di amari rosmarini e di crisantemi funerei, d subito il senso che anche la morte ha il suo bel giardino.
Nulla di funebre, nulla d'angoscioso, nulla che faccia pensare con orrore all'assoluta fine v' in quel colle silenzioso. Perfino quelle strane, brevi, caratteristiche tombe beduine a scherzi, a capricci irregolari ma graziose, coperte di marmo o di maioliche, sembran segni di vita in una terra viva che non ha tristezze.
Adiacente alla moderna Bona, Hippone antica, distrutta dai Vandali, (Hippone fu una delle citt pi considerevoli del litorale dell'Africa del Nord) d qualche vetusto e grigio segno della sua storia in mezzo agli orti e nelle ville che coprono tutto il suo passato immortale e ridono al bel cielo d'Algeria.
In fondo, sul rado vertice d'una collina fasciata nelle basi da un fiume che si spazia, a cono, tutta verde e screziata di fiori, chiomata di folti ulivi che sembrano, col loro bisbiglio, col loro continuo ondeggiamento argenteo invitare a godere delle loro serene ombre, la chiesa di Santo Agostino, la magnifica cattedrale bizantina, veduta amata e venerata dal monte e dal mare, viva di rondini e di passeri, ebbra di sole e di azzurro, spicca maestosa nelle multiformi e lucenti dentellature.
Ai piedi del colle  la villa dei coniugi Chevillot. Questi due vecchietti grigi e soli, che trascorsero la loro vita sognando la fortuna incalcolabile che riposava sotto la terra che essi coltivavano, al tramonto della loro et, consacrarono le economie di tutta la loro esistenza attiva e laboriosa a praticare degli scavi.
Le ricerche non furono infruttuose; infatti il comune di Bona, acquist la propriet dei due vecchietti e fece proseguire i lavori di ricerca per suo conto.
Gli scavi proseguono lenti. Ma gi frugando sotto la gleba nera e sotto le rovine con intelligenza e sapienza, dalle tenebre sono venute alla luce i superbi ricordi di quell'epoca grandiosa, gli avanzi indistruttibili di un'era di barbarie, di sangue, di conquiste.
Apparvero le sepolture con gli scheletri intatti, adagiati dentro specie di bare costrutte in tegoli; apparvero superbi colonnati infranti; apparve la tomba sotterranea e grande dove Jala amorosa, nella fredda immobilit dorme il suo sonno come in un uragano di memorie e la sala dei sacrifizi dove fu edificato l'altare di Moloc; apparve, ruina di bellezza, di ricchezza e d'arte, la basilica cristiana e il sepolcro del vescovo d'Hippone; apparve l'immutabile e prezioso mosaico d'un superbo palazzo romano davanti al quale non si ammira soltanto il buon gusto delle immagini e delle allegorie nella miracolosa intarsiatura di quei piccoli dadi colorati e nella perfetta conservazione a dispetto del tempo, ma si resta rapiti dalle finezze di quella umile e grande arte dalle sottili particolarit e dal portento di quella massiccia, ma pur agile architettura.
 
 
 COSTANTINA E HAMMAN MASKUTIN
In un giorno di sole, entrai in Costantina, nella straordinaria citt che per la sua posizione naturale sui dirupi e per il tacito mistero delle sue voragini, ha in tutti i tempi attirato a s viaggiatori ed artisti che ripartono con nel cuore il fascino del Bled el Hua, come la chiaman gli arabi, cio paese dell'aria, oppure paese delle passioni, poich in arabo, la parola Hua ha due significati.
Il brontolio del torrente che saliva dalle gole profonde mi giunse all'orecchio appena uscito dalla stazione, e mi fece sostare. Quel continuo fragore pareva mi narrasse mille leggende antiche con voce di clamanti invisibili lamentatrici...
E quel brontolio arcano m'attir verso le gole, e quando scorsi il sentiero, sospeso e sporgente nel vuoto mi v'inoltrai. Lungo la discesa orrida mi sentivo afferrato da uno sgomento che pur mi dava arcane sensazioni; e quando giunsi in fondo, quando colle mani potei toccare l'acqua che stretta fra le rocce lisce e nitide si snodava in mille rabbiosi contorcimenti, mi sentii pervadere da una melanconica serenit ed in quel fragore mi sentii come rinascere a una radiosa speranza.
Il cielo immacolato s'arcuava in alto quasi via celeste, quasi larga valle turchina; e, a fissarvi lo sguardo, pareva che da quel cobalto piovessero molli veli pallidi e dorati; ed era un andare di nuvolette trasparenti, leggerissime, multicolori che s'arrestavano sospese sulla cima delle gole.
Ed io, entro quel labirinto, assorto nella muta contemplazione di tanto incanto, immemore, nell'abbandono di me stesso, dei risibili rumori e delle miserie del mondo, mi sentivo trasformato.
Di tanto in tanto, fra lo stridore acuto dei falchetti, grandi avvoltoi giallastri e neri passavano silenziosi sopra il mio corpo errando nel vuoto.
E mi pareva di veder precipitare da quell'altezza terrificante Hassn, il figlio di un antico bey.
"Hassn, - gli aveva detto il padre - se continui a perderti nel turbine delle passioni, quel turbine ti scaraventer nell'abisso".
E l'ammonimento paterno fu tremenda profezia. Ch, ritornando il giovine da una passeggiata a cavallo o da un convegno d'amore, un po' ebbro, giunto sul ponte di El-Kantara non riusc a vincere uno scarto poderoso del suo cavallo e precipitarono entrambi nella voragine.
Le gole proseguono per circa tre chilometri e nel punto in cui si rimane maggiormente colpiti dalla loro impressionante bellezza, le tenebre d'una grandiosa caverna abbuiano gli occhi e il cuore. Si scendono le scale di ferro con un senso di paura e solo quando lungi dalla larghissima imboccatura si scorge un certo chiarore di luce, e nel centro della grotta come da un comignolo si vede calare una cascatella che si perde nel torrente, lo sgomento svanisce ed il cuore si rassicura, si apre come arriso da una gioconda visione.
Dall'immensa caverna, sulla riviera di Sidi-Missid che si sprofonda in cascata, si schiude bruscamente il paesaggio. Lo sguardo si perde in una immensit sorprendente, in una spianata smeraldina, fra le colline irte d'uliveti, d'aranceti e melograni, in una festa di incantevoli sfumature fuse in un felice impasto policromico.
E la sera, quando si sale in solitudine il sentieruolo che riconduce al mondo, le pallide casette arabe dal tetto grigio, sospese sulle rocce brulle a un'altezza vertiginosa, sembrano a ogni tremolio delle palpebre, sul punto di ruinare nell'abisso.
Costantina, aquila enorme che dal nido di rupi domina l'orizzonte, accerchiata, come il braccio dal braccialetto, in fondo alle voragini dal fiume che fascia strettamente il dirupo che la sopporta, nella parte della citt europea, non offre bellezze singolari, tranne il panorama e le vedute.
D'interessante ha la grande Moschea ed alcuni pregiati monumenti storici come il palazzo del Bey, notevole per gli strani dipinti che cuoprono tutti i muri, per le stanzette sempre intatte delle odalische, e per la sala da ballo dove il vecchio Bey, da un palchetto, assisteva alla danza spasmodica che le sue migliori femmine, tutte nude e coi capelli disciolti, eseguivano, per risvegliare la stanca lussuria del loro vecchio signore mentre in un altro palchetto alcuni suonatori beduini, accecati per non veder le donne, accompagnavano coi suoni la danza.
Quello che conserva bene le sue singolari caratteristiche  il quartiere arabo. Le viuzze strette, a rompicollo, in quell'ammucchiarsi di casette biancastre, che durante il giorno deserte e taciturne danno l'idea di un luogo inabitato, riportano al pensiero i riti d'Oriente, dove le abitazioni sembran prigioni e dove l'uomo nasconde ad ogni sguardo umano il fascino della sua o delle sue spose.
Ma la notte empie tutto di grida e di clamori; i caff moreschi si popolano di cantori estemporanei, di narratori raminghi, di suonatori di ghesbe e di sgink; le viuzze s'animano, s'affollano, e le prostitute ornate dei pi svariati tatuaggi e dalle pi strane dipinture, ridono tristemente e cantano canzoni di passione e di lussuria.
Costantina fino a pochi anni fa era unita al mondo -dir cos - dal ponte di El-Kantara, un ponte armato in ferro che nel cuore della citt, nel punto in cui le gole son pi chiuse, unisce le opposte rupi.
Ma Costantina dovea pure avere il suo grande artefice dal sogno meraviglioso e possente che celebrasse in istrofe vibranti la poesia del suo avvenire. E il vivace artefice eccolo nella persona del suo sindaco, Emilio Morinaud.
Emilio Morinaud, avvocato di grido, a detta degli stessi colleghi, battezzato il principe del foro,  una simpaticissima figura d'uomo e d'artista. Vivace, sereno, gagliardo, pieno di talento; per il suo carattere inflessibile, per lo spirito polemico, per il pensiero reciso e battagliero,  riuscito a mettersi in prima fila fra le personalit politiche che occupano i pi alti uffici in Algeria.
Ma ci che maggiormente lo caratterizza  la sua natura di democratico, che con la stessa nobilt lo accosta al lavoratore ed all'Islam oppresso, sostenendo, ogni qualvolta la bufera travolgitrice cerca schiantare quegli umili, forti e decorose battaglie.
Ma a me non interessa che dar rilievo alla sua grande anima di artista e dire del suo amore immenso per la sua citt per la quale respira e sogna e canta tormentato da una visione grandiosa e incalzante.
Affascinato dalla selvaggia amante per la tragicit delle sue voragini e per l'orgoglio del suo dominio, egli lavora a maggiormente mettere in risalto la bellezza crudele conservandole l'impressionante caratteristica, rendendone anzi pi bella la ferocia ingenua.
 cos che egli si  dato con tutto il suo ardore puro e sacro che si trasforma in una lucida visione di bellezza, alla solitaria dal cuore di macigno.
Dinanzi a quell'altare naturale, preso dalla maest, egli diventa l'ascetico sacerdote innanzi all'assoluto. E da quel divino tumulto, da quella sicurezza di pensieri, eccolo alzarsi vigoroso e volente per vincere.
Cos Emilio Morinaud  stato il vate del grandioso ponte di Sidi-Rasced, il pi gran ponte del mondo, l'immane spina dorsale dalle vertebre gittate sulla voragine abbacinante, che  la grande vena che assicura l'esistenza della citt ed esalta e fa insieme l'uomo dinanzi all'opera compiuta. Ed  stato Emilio Morinaud, il vate della "passerella de Sidi-Missid" sicuro muscolo sorto dal cuor del macigno a star l nel punto pi alto e largo a giungere le due mascelle ad un'altezza sul precipizio di oltre centosettanta metri.
E ben altro vi sarebbe da aggiungere per Emilio Morinaud, se questo libro non fosse che una linea di luce scivolante all'ombra e al sole di questa terra bella. Vi sarebbe da cogliere in una volata l'artiere pervaso da quell'intima melanconia che gli fa adorare la poesia, apprezzare la pittura, prediligere l'umile mistero della citt araba che vuol serbare intatta.
Dopo Costantina, Hammam Maskutin. Come una vergine inconsapevole e lussuosamente adorna, Hammam Maskutin sogna nel fondo d'una ridente vallata. Questo luogo  un vero gioiello che madre natura gelosamente nascondeva agli occhi del mondo europeo entro uno scrigno di macigno, fino a quando un braccio di ferrovia si spinse da Ghelma alla stazione di Krubs.
Chiuso fra due montagne, isolato da due corsi d'acqua, il paesaggio si estende come un anfiteatro di verde e di fiori, ed attraverso a gruppi d'alberi di una eguale grandezza e di variet differenti, si presenta con pudico ardimento agli occhi dei viaggiatori fino dal primo affacciarsi al finestrino del vagone. Le sue poche case son belle in quella solitaria landa. Son belle, tutte bianche, coperte di tegole rosse, d'un rosso vivo e lucente. La maest del luogo risalta per la bianchezza delle cascate, dove scivola un'acqua quasi bollente, chiara, lasciando dietro il suo corso fragoroso un largo velo di vapore.
Su questa plaga di soggiorno beato, passano le pi fantastiche leggende.
La sera del mio arrivo, vibrante di commozione per le bellezze multiformi offertesi ai miei occhi, salii su di un poggio balzante roseo dallo sfondo del cielo infuocato dall'ora del tramonto. Il gran disco di fuoco, senza raggi, scivolava tra le lievi sfumature delle nuvole accese, e pareva che volesse versare la tristezza del suo commiato nel cuore di chi ammirava i vari scenari luminosi che vanivano via via in un pallido velario d'ombra.
Un vecchio arabo, seduto su d'una pietra, coperto d'un bernus lacero, tenendo fra le gambe una mazza nodosa, indurita al fuoco, fissava il viso adusto e nerastro, inghirlandato d'una chioma canuta e selvaggia, verso l'occaso splendente. Ogni tanto accostava il dorso della mano vellosa agli occhi: asciugava le lagrime che gli velavano le pupille, rapito com'era nella soavit dell'ora tutta soffusa d'una tenera pace indefinita.
M'appressai al vecchio, e nella sua lingua, usando i gesti gravi dei musulmani, intavolai la conversazione.
- Come mai - gli dissi - gli arabi che da tanti secoli abitano questo dolce paese, non hanno pensato a trarre benefizio dall'acqua salutare e dal clima tiepido e puro come ora fanno gli europei?
- L'arb mabl; - (l'arabo  matto) mi rispose con voce pacata - l'arabo ha paura di quest'acqua. Noi siamo superstiziosi e le pi strane leggende si tramandano di generazione in generazione per quest'acqua bollente, eccezionale, e per quelle pietre laggi. - E mi additava un breve piano tra la grande cascata e la strada ferrata.
Infatti, un centinaio di pietre a forma di cono, sparse fantasticamente, davano a quel piano la parvenza e la severit di un cimitero beduino.
- Che cosa dicono gli arabi di queste bizzarrie della natura? - incalzai io, vedendo il vecchio che fissando la grande cascata pareva assorto in un pensiero inafferrabile.
Allora il vecchio raccont:
"Chiss da quanti mai anni abitava qui un arabo ricco e potente, Al ben Kassem, originario della Mecca. Costui aveva una sorella, Uerdah, una fanciulla bella come l'aurora e fresca come la rugiada di aprile. Andava sui suoi piedi leggera come gazzella, le mani aveva dolci e bianche come il latte, e gli occhi neri brillavano come due stelle nel seno della notte.
Al acceso d'amore per la sorella, volle farla sua malgrado la severa proibizione del Corano.
I preparativi delle nozze si fecero col pi grande sforzo, ch Al possedeva e greggi ed armenti e cavalli e distese di terre e di montagne a perdita d'occhio.
Abbondanza di cuscus, buoi e montoni arrostiti, corse di cavalli; fantasie, musica araba, cantori estemporanei dalla voce soave e dalle parole preziose; nulla mancava alla grande festa.
Ma nel momento pi intenso del giubilo, sul punto di celebrare il matrimonio, il sole si vel; una folgore spezz le nubi, le riviere traboccarono, il fuoco irruppe, divamp dal seno della terra, ed in mezzo alle convulsioni della natura irata, una notte caliginosa cal sulla plaga un istante prima cos gaia e canora di festanti.
L'indomani il sole si lev radioso in un cielo purissimo; ma la trib di Al ben Kassem non esisteva pi. Al, la sorella, e tutti coloro che aveano assistito alle nozze, erano rimasti pietrificati...".
- E le pietre sparse che tu vedi laggi - prosegu il vecchio - sono gli attori di quel dramma. Ed  perch gli uomini non dimentichino mai l'offesa verso il gran profeta che Allah lascia sempre acceso, nelle viscere della terra, il fuoco dal giorno del peccato, e cos l'acqua  bollente d'estate e d'inverno e la sabbia bianca arsa sterile ricopre il desolato suolo.
Il sole era scomparso fra l'ultima nube sospesa sul vertice del monte lontano, e le ombre venivano diffondendosi nell'immensit.
Il vecchio si lev in piedi, strinse la mazza, mosse qualche passo.
- Udii raccontare altre leggende, ma non le ricordo, - riprese, urtando il piede sui sassi sparsi nel piccolo sentiero. - Vogliono dire che un santo miracoloso abbia, in tempi antichissimi, fatto costruire dei bagni d'acqua calda su tutta la terra per i suoi festini, le sue donne, le sue schiave, e abbia affidato la custodia del fuoco a geni sordomuti e ciechi, affinch essi non vedano n odano n possano raccontare tutto ci che succede nei bagni meravigliosi.
Ora  impossibile far comprendere a questi geni che il gran Santo  morto, ed essi continuano a continueranno in eterno a tener sempre desto l'invisibile fuoco, poich credono che sia a loro dannazione perpetua che bollono perenni quelle acque.
 DA GIGILI A SETIF
Se ne stava accoccolata sotto il portico del palazzo postale e la sua figura, pur cos indecisa, spiccava stranamente sullo sfondo cinereo della parete, al lume scialbo e vacillante d'una lampada a petrolio. Era una fanciulletta araba, dai grandi occhi soavi, che in fondo, attraverso una fosforescenza di gemma, lasciavano intuire tutto un mistero fascinoso di angosce. Per terra, dinanzi a lei, un largo e tondo vassoio di legno, e su di esso, coperte da un cencio, fumavano odorose le frittelle che essa offriva con un cenno silenzioso ai viaggiatori che attendevano l'autobus. Il mattino gelido metteva addosso brividi e le scarne membra seminude della poveretta avevano brusche contrazioni sotto i brandelli.
Si chiamava Messauda; e se ne stava l paziente aspettando.
Gigili, bianco nelle tenuissime brume mattinali, si stendeva sulla marina gi fervida di palpiti, circondato dai suoi platani enormi, spogli d'ogni loro verde bellezza. Possenti effluv salmastri salivano dal mare sposandosi alle fragranze che spandeva intorno la vicina selva dei sughereti sparsa di gigli selvaggi mentre la mole umida taceva ancora sotto la coltre vitrea di quelle tenebre in cui gi cominciavano a palpitare i primi sintomi dell'alba.
Ma poich l'autobus non giungeva, mi misi a discorrere con la piccola Messauda. La vocina dolce tremava spiegando:
"Aveva tre sorelle, la maggiore si chiamava Scialba; aveva quasi dieci anni, e la mamma non la lasciava pi uscire di casa, se non in sua compagnia e col velo in viso. Il padre era morto; la madre preparava durante la notte le frittelle che essa vendeva al mattino ai viaggiatori e poi, durante il giorno, agli abitanti del paese".
Il suono rauco della tromba dell'autobus rompe il silenzio gelido dell'ora e i due fanali luminosi squarciano le tenebre e vi si affondano come due occhi torvi nello scrutare.
Il pesante veicolo sobbalza sulla strada scabrosa; accostandosi, rallenta la corsa, mentre raddoppia i suoi urli laceratori.  l'autobus che fa la corsa da Gigil a Bug la piccola citt che si arrampica dal mare verso la ripida costiera selvaggia, a ottanta chilometri.
Alcuni viaggiatori che erano saliti in macchina al garage scesero per prendere d'assalto, con mormorii gutturali, le frittelle ancora calde della piccola venditrice che tendeva la scarna mano tremante al tenue compenso che nessuno pensava di raddoppiare.
Stetti un momento ad osservare quel movimento affannoso di sconosciuti attorno alla fanciulla, poi andai ad occupare il mio posto accanto al conduttore. Altre persone arrivavano chiamate dall'urlo della tromba; e ciascuno pigliava posto nell'interno.
Ancora pochi momenti!... Poi l'autobus con uno sterzo brusco gir quasi su se stesso, si lasci dietro una diritta coda di fumo, e si precipit sobbalzante gi per la discesa, fra i macchioni.
Il cielo ancora seminato di stelle, si rispecchiava sul mare calmo e, lontano lontano, aveva regolari e rosseggianti riflessi la lanterna del faro che nell'oscurit pareva quasi un tacito richiamo di pace sicura.
Tratto tratto, dinanzi all'autobus che divorava la via illuminandola coi suoi vivi occhi sbarrati, balzavano spaurite fuggendo le lepri sparse al pascolo, sull'orlo delle siepi e dei greppi. Intorno qua e l qualche fuoco di pastore o di beduino vagante balenava sui boschetti in faccia al mare. Accanto a quei fuochi emergevano le figure grigiastre dei nomadi raccolti contro l'assalto del gelo. Vigili, desti al suadente tepore ed al lume sanguigno che si spandevano attorno, quei pellegrini dei deserti e dei boschi forse narravano gli episodi della loro vita randagia, mentre le greggi sgusciavano candide da i cespugli, senza tintinnii, senza belati.
Ora la strada va innalzandosi lenta e l'autobus sbuffa ed ansima inerpicandosi come un bestione incitato.
Da una parte s'erge la montagna sino ad altezze vertiginose, sulla strada fiancheggiante a mezzacosta il mare; di l dai paracarri, la roccia cade a picco sulle acque, bruscamente precipite, di dove sale il respiro del vuoto. Sembra che qualcuno della profondit dei baratri, da una prigione trasparente di coralli, morbida di alghe e irta di scogliere, tenti una ribellione suprema che si urta e s'infrange nell'asprezza inflessibile dei macigni.
L'alba decembrina sbiadita come un vecchio quadro viene a rischiarare il paesaggio mentre ad una ad una il soffio misterioso smorza le fiammelle tremolanti del cielo; in fondo, lontano verso l'estremo orizzonte, dov'essa si congiunge con la linea del mare, le nubi baciate dai primi raggi divampano.
Quel chiarore accendeva sui dirupi riflessi capricciosi di sangue e spargeva fra le tenuissime increspature del mare pagliuzze che guizzavano e fremevano, apparendo e sparendo.
Oltre Taza, ci fermiamo a visitare la meravigliosa grotta che richiama ogni giorno entro i suoi labirinti tenebrosi centinaia di turisti desiderosi di spettacoli nuovi.
Dalle volte altissime pendono intatti ninnoli bizzarri, sculture inverosimili, plasmate sapientemente - si dice - dalle fate che nei tempi antichi abitavano quel luogo incantato. Sono piccole guglie che scendono, si contorcono, si confondono; merletti delicatissimi che corrono torno torno con frastagliamenti capricciosi; mani candide e splendenti protese ad afferrare una preda invisibile o un dono che non viene offerto, aperte a prodigare una carezza gelida e ingrata.
Alla luce delle torce, pare al visitatore che tutta quella confusione di prominenze si animi colorandosi di mille tonalit:  la natura che offre le sue manifestazioni supreme d'artefice unica.
Le grotte sono tre; una pi bella, pi spaziosa, pi ricca dell'altra.
All'uscita ci salut il sole che metteva un'aureola d'oro attorno alle sommit dei monti coperte tutte del loro casco di ghiaccio: il mare palpitava a quella carezza di luce mormorando la sua canzone melodiosa.
Prima tappa a Suk-el-Tenin: si lascia l'autobus per la diligenza che va fino a Kerreta.
A sinistra abbiamo ora la riviera irritata; a destra una selva arruffata di sugheri, di rovi, di albatrelle che fiancheggia la strada sino alle gole dello Sciab.
Per circa sei chilometri la strada s'inoltra tortuosa fra le rocce che si elevano a picco. Sul nostro capo un nastro azzurro di cielo; ai fianchi un inseguirsi di brulli dirupi, di massi sovrapposti, adorni in cima di bizzarri cornicioni che pare debbano da un momento all'altro staccarsi e precipitare sulla barcollante diligenza.
La tramontana dentata morde il viso ingolfandosi per le anguste gole, il vento del nord ulula, sibila entro le screpolature e gli fa eco il frangersi delle acque d'un torrente che s'inabissa frangendosi fra i massi nudi e lividi.
D'un tratto, ecco un dirupo.  la "Campana di zucchero" che ricorda nella parte superiore uno dei nuraghi della mia Sardegna lontana, una di quelle ciclopiche costruzioni che tengono inviolato il segreto della propria origine.
Qua e l qualche giglio selvatico e solitario, fra i rari cespi di ginestre, s'apre come una pupilla azzurra; in alto, saltellanti di vetta in vetta, piccole scimmie graziose e beffarde s'affacciano a branchi sulle voragini e poi scompaiono rapide e agilissime.
All'uscir dalle gole, il paesaggio si stende superbo. Lontano a perdita di vista una corona di monti dalle linee indecise raggia al sole dalle candide nevi che aumentano le cime; pi in qua le valli e le pianure che sanno le ferite del vomere.
Per l'ampia distesa,  tutta una iridiscenza di colori mutevoli. Qua e l fra il verde e il bruno dei campi qualche villaggetto tranquillo, e pi raramente qualche abitazione perduta nella vastit.
A Kerreta, un paesucolo appollaiato sul monte, a cinquecento cinquanta metri d'altitudine, ci fermiamo per la colazione.
Un'ora appena di sosta, e poi ancora in marcia su di un'altra diligenza, con altri compagni di viaggio, anche questi sconosciuti e taciturni.
La strada continua a salire... I quattro cavalli asciutti procedono trotterellando; il vetturino, imbacuccato in una pelle d'orso, canticchia sonnolente un'aria triste.
Gi, a valle, i paesetti compaiono e scompaiono. Quassopra la neve ha tutto coperto e tutto livellato; non un albero rompe questo monotono scintillare al sole; non un arbusto, non un cespuglio, nulla! Solo qualche duar fumigante ai deboli fuochi d'asfodelo; qualche pastore e la greggia che s'indugia ancora a cercar sotto la neve l'ultimo filo d'erba.
Ma ecco, finalmente, il panorama di Setif si delinea sullo sfondo di un tramonto accigliato! E quando entriamo in citt (a mille duecento metri sul mare) il cielo notturno ha riaperto le sue pupille luminose; ma non cos vasto come al mattino, e non pende, azzurro cortinaggio traspunto d'oro sino al mare. Se ne sta tutto raccolto attorno alle cime inaccessibili; ed i candidi nevai hanno i riflessi dei suoi trepidi bagliori.
 
 
 LAMBESE E TIMGAD
Da Batna, la moderna cittaduccia, senza caratteristiche notevoli, i trentacinque chilometri di strada che attraversano i poggi e le pianure seminate per giungere a Timgad, furono divorati in un batter d'occhio dalla leggera automobile.
Eccomi scaraventato a diciassette secoli di distanza!
Per circa un chilometro quadrato la terra ha l'aspetto di un vecchio cimitero; tutta irta di colonne, di capitelli, di pilastri, di archi crollanti, d'enormi pietre consunte, di templi diroccati, d'archi vacillanti sostenuti da grezze cariatidi. Le rovine di Timgad riportano il pensiero a quel passato di forza e di dominio, al prodigio di quella spontanea arte gigante ma rinnovellata. E tutte quelle macerie risorte al sole sembran pulsare, nel silenzio funereo, come un immenso cuore narrando le geste formidabili di quei giganti la cui stirpe si  estinta, ma il cui ricordo vola sicuro sui secoli e passa alla leggenda.
La piccola citt di Timgad, quasi completamente sgombra, se si eccettua un poggio che domina le rovine e dove  chiara qualche traccia di costruzione d'architettura bizantina,  celebre al giorno d'oggi, fra le infinite rovine romane nelle quali spesso s'inciampa in Tunisia e in Algeria, per l'essersi, sola fra tutte, potuta sgombrare, rimanendo quasi intatto lo scheletro che appartiene a un tempio e a una scuola, a una forma imperitura e ben tramata che si completa con una armoniosa continuit di strade e di edifici.
A pochi chilometri da Lambes, che fu il grande campo legionario, Timgad non poteva essere che una borgata militare necessaria in quel punto eminentemente strategico per vigilare le bocche delle aperte vallate di Ued-Abdi e Ued-Abiod che dalle maestose montagne dell'Ors si versano in quella pianura.
Quasi tutte le iscrizioni sono datate dal principio del secondo secolo della nostra era; ma quel che sembra accertato  che Timgad fu la sola citt che sopravvisse alla irruzione devastatrice dei Vandali, e pare che fosse ancor fiorente e popolosa alla venuta dei bizantini.
Fu allora che le trib dell'Ors, per impedire che i greci si stabilissero nel loro paese, incendiarono la citt che anche dopo ebbe bagliori di vita, fino a quando gli arabi, diventati i conquistatori dell'Africa, ne scacciarono gli abitanti e la distrussero definitivamente.
L'arco di Traiano, il foro ricco di statue, di belle comodit e di lusso antico; il Capitolio opera sicura dei romani per i dettagli d'architettura e per la ricchezza massiccia degli ornamenti; il tempio eretto a Genio protettore della citt; il teatro quasi adiacente al foro, insenato ad anfiteatro in un piccolo promontorio e ammirevole per la vastit delle linee; le magnifiche terme; il mercato aperto, rotondo, circondato da capitelli e colonne,  affiancato da botteguzze dove non si vede alcuna traccia di porte; la biblioteca pubblica, (credo l'unica fra tutte le rovine scoperte) bella per la disposizione delle spaziose sale di lettura, per le cornici e scolture, per i mosaici di straordinaria finezza; tutto quanto sopravvive dell'epoca meravigliosa ha il portento di farci abbracciare in un pensiero come nella miracolosa tela di un quadro diciassette secoli di storia.
Ma il loro studio mal s'addirebbe all'indole di queste mie galoppate islamiche e quindi non voglio che rievocare a grandi linee la breve tappa su quelle pietre che dicono la possanza primitiva e l'orgoglio dominatore.
Se Timgad  rimasta (salvo un htel assai ben tenuto e la costruzione necessaria della Societ Archeologica) addirittura solitaria sul poggio come uno scheletro mastodontico, Lambes non ha avuto la stessa fortuna.
Lambes  un villaggetto grigio e intirizzito che s'erge a lato della vasta e cupa casa di pena. Questo segno di vita nuova, anzi di una vita in agonia,  la causa della distruzione irrimediabile dell'antica citt romana che con molto pi prestigio, e con malia pi larga che Timgad, oggi avrebbe dovuto splendere alla base dei monti e degli Ors.
E non valgono pi tutte le cure, tutte le premure, tutta la devozione che il signor Touze da molti anni prodiga alle nuove piccole ricerche. Quest'uomo simpatico che ha potuto salvare mosaici bellissimi, i pi preziosi tra tutti gli altri dell'Africa del nord per le tenui sfumature policrome e per la quasi impercettibile dimensione dei dadi colorati, non ha potuto impedire che lo strazio si compisse, dopo i bizantini e gli arabi, pi crudelmente dagli stessi francesi.
Lambese (anticamente Lambaesita) fu certo, prima di Timgad, il punto ove i romani avevano costruito un distretto militare per tenere a bada le trib degli Ors e per vigilare i possibili attacchi dei nomadi che salivano dal deserto e che non poche volte aveano tentato irrompere recando gravissimi danni alla colonizzazione romana.
Resisi in seguito conto della posizione brillante e dell'importanza strategica che presentava quel piccolo presidio militare, Lambes divenne la capitale della Numidia, e cio 117 anni dopo G. C.
Pressato dagli eventi, l'imperatore Costantino trasport la Capitale a Cirta, oggi Costantina.
L'importanza di Lambese diminu subito. La sua fortuna precipitava anche a causa dei continui cambiamenti d'imperatori pi o meno energici o capaci, finch nel quarto secolo i vandali distrussero quel punto di fortezza che pareva inespugnabile malgrado i capricci del destino.
In seguito i bizantini, guidati alla vittoria da Belisario, scacciarono i vandali e vi regnarono fino alle invasioni arabe che dal settimo secolo tennero fino al 1830, anno in cui la Francia mosse alla conquista dell'Algeria, l'ininterrotto dominio dell'Africa del nord.
Nel 1842 i primi europei giunti a Lambes constatarono che sotto le rovine era ancora visibilissima la citt romana e che molte mura e colonne erano intatte.
Napoleone terzo, seguendo i consigli di alcuni suoi ministri, essendogli Lambese decantato come un luogo assai malsano, ordin nel 1852, appena dopo il tremendo colpo di stato, la costruzione dell'immenso penitenziario ove si proponeva di relegare i deputati ribelli e chiunque non la pensasse a modo suo.
La costruzione fu fatta, e, ironia! fu scelto proprio il punto in cui la citt romana presentava maggiori bellezze e pi originali caratteristiche. Pei materiali occorrenti al feroce edifizio fu devastata l'intera citt, riducendo ad un mucchio di rovine quanto ancora si vedeva di quel passato che tanta gloria aveva avuto e tanta precipitosa decadenza.
Un fatto rilevante su quel cupo edifizio che  il bagno penale,  la cura avuta dai costruttori di rivestire esteriormente i muri di tutte le pietre di valore storico e contenenti iscrizioni.
Lambese come Timgad, non pu essere per le galoppate se non un piccolo anello della lunga catena del mio viaggio; ecco perch non ne d che un profilo appena abbozzato. Il risveglio sar sulla groppa del cavallo galoppante incontro al libero mistero degli istinti.
 I MONTI DEGLI ORES
Faceva un freddo da morire. Il villaggio di Lambes intirizziva sotto una cappa di piombo.
Il deira, sentito ch'ero deciso a mettermi in viaggio malgrado il tempo minacciante neve, venne appena giorno recando per la briglia due forti cavalli di razza.
Un momento dopo, allontanandomi dal paesello smarrito e taciturno, l'anima vampante del forte incendio dei viaggi che in me sempre arde, mi diedi a stornellare in arabo, scegliendo gli stornelli pi libertini che mi venivano in mente.
Chiuso nel berns bruno, come vinto dalla melanconia d'una pena lontana, il deira sospir al mio canto, parve fremere nell'intimo suo essere e schiuse le labbra ad un sorriso cominci a stornellare anch'egli.
- Vedrai, - prese a dire, cessato di cantare - noi andiamo proprio al paese dell'amore e delle belle donne! Vedrai come l'enorme corpo selvaggio degli Ores  tutto tatuato d'immagini di bellezza, di variopinti fiori di rupe; e le ragazze, come i fiori si lasciano cogliere!... Io ho sempre fremuto di piacere quando il mio ufficio mi ha spinto negli Ores e pi specialmente nell'Uled-Aldi. In quella vallata le fanciulle sono fatte di grazia, si danno pronte e con una specie di esultanza alla brama dei carovanieri e dei viandanti...
La salita era ripida. Da tre ore i nostri cavalli s'arrampicavano per un sentiero tortuoso e umido. Nelle brevi giravolte, le vaste pianure ondulate di Lambes e di Timgad, rugginose e tristi, si stendevano senza un canto, senza una voce, senza un volo, sotto il bigio tetro che dall'orizzonte, a mano a mano che noi guadagnavamo le cime, s'abbassava fino a toccare terra.
Fra i vecchi lecci e i cerri gobbi contorti e pur rigogliosi, ed i ginepri arsicci, adorni dalle chiare coccole odorose, alcuni cedri rachitici parevan messi l quasi pietre miliari onde additare il sentiero che conduce alla grande foresta.
Il cielo bigio si faceva pi alto. Da qualche spiraglio il sole sprizzava un freddo sorriso: sembrava che da qualche suo gorgo d'azzurro tra nube e nube la natura schernisse quei due solitari sperduti nell'immensit della landa.
I cedri affoltivano sempre pi: il miracolo di quei colossi alti e diritti s'imponeva per quel portento di bellezza che non pu essere imitato dall'uomo.
La valle di Sgag stupiva. Io non ho visto mai nulla di pi grandioso e di pi suggestivo. L'ampia e profonda vallata aperta ammantata di verde con uno sfondo di monti bagnati d'azzurro e di sole, mentre su noi si ostinava il cielo crucciato, incantava. Non si vedevan fusti n rocce; le chiome degli alberi pareva rompessero dalla terra e in quel verde si fondevano tutti gli svariati verdi del mondo.
I cedri, spuntati in antico dai pastori onde nutrire il bestiame, invece di raddrizzarsi alteri e sottili come quei fratelli intatti, si allargavano sbrancando le molte braccia nodose fino a terra quasi a formare una cupola, una cappella verde e ingioiellata di bacche di color caff che sembravano campanelli: eran piccoli templi sparsi qua e l costrutti a dar rifugio al sole e alle tempeste, ai pellegrini che valicavano quelle lande inospitali.
Alla nostra sinistra la costa saliva ancora. Quale altare, quali candelabri, quali ceri, quali fumi d'incenso che non si sperdevan pure al vento di dicembre! E come dolce quel verde che dava all'anima il senso d'un rito sacro.
La seconda vallata di Sgag  meno bella. Quando passammo presso la casa forestiera, un vigile che teneva stretto un giovine arabo coperto di brandelli, cortesemente c'invit a prendere una tazza di caff o un bicchierino.
Rifiutai ringraziando e gli chiesi perch avesse arrestato quel giovine.
- Sono i devastatori della foresta, caro signore, - rispose - vedete, compiono pi delitti costoro che non i pi implacabili uragani... e, quel che  peggio,  che sono incorreggibili!
Gli occhi del prigioniero mal celavano una cupa ira sprezzante.
- S, s, - esprimevano quelle pupille ardenti - s, io ho tagliato lecci, cedri, ginepri per non lasciar morire di fame il mio branco; e ne taglier ancora, perch la foresta che fu generosa e ospitale verso i nostri avi, lo deve essere anche per noi!... Questa foresta di chi  se non nostra?
Non vivono da secoli le nostre generazioni in questi boschi? E non  per noi questa selva che d a noi come gi diede ai nostri avi il suo pane di ghiande e nutre come nutr il bestiame col succo e coll'essenza del suo sangue e delle sue vene? Che pretendete voi intrusi d'oggi? Potete impedirci di disporre a nostro piacimento di ci che  nostro? E se ci carpite questo diritto e non volete la nostra morte, potete voi darci altre montagne divine, altre montagne chiomose corse da vene che rompono in fonti. Potete voi darci la libert di smarrirci ancora nel mare delle nostre tradizioni, della calma e ignara vita pastorale?...
Oltrepassate la valle e la foresta sempre in ascesa, costeggiammo il versante occidentale del Malu brullo e roccioso. In alto c'era la neve. Oh la neve! Dovendo valicare il monte io l'avrei finalmente toccata questa neve, questa candida visione della mia adolescenza!
Ed ecco che attraversando Ras el Bard (testa fredda) - il ciglio ventoso di quel monte - a mille ottocento metri di altitudine, scesi da cavallo e affondai le mani nella neve.
Oh la neve! da quanti mai anni non t'avevo toccata e stretta fra queste mie mani, o neve, o gioia della mia adolescenza! Quanti ricordi tu risvegli in questo mio cuore insonne e stanco, o neve, o neve!... Quanto bene e quanto male, quanta gioia e quanto dolore!
Se col manto bianco onde rivesti la lunga schiena del Malu rinnovi ai miei sguardi la visione dei monti della patria delizia dei miei occhi di fanciullo, se fai passare dinanzi a me come in sogno le agili e procaci ancelle nuoresi sepolte nelle pesanti tuniche di orbace scudo all'assalto tacito e violento delle palle di neve; rinnovi pure al mio cuore il gemito lacerante dei vitelli e delle greggie che irrigidivano sotto il biancore sconsolato la pena muta del pastore tornante all'ovile fumido dove si accascia.
E sempre sotto il fascino dell'adolescenza lontana, sulla vetta del Malu che mi parea dominasse il mondo, rotolai un gran masso di neve e lo spinsi nella china ove precipit ruinando di roccia in roccia spaccandosi prima e riducendosi poi in un polveriglio impalpabile.
Il deira era gi lontano per la discesa brulla tenendo per briglia il mio cavallo ed io ero ancora immobile su quel vertice estremo insensibile al freddo che mi agghiacciava e che mi tagliava le carni. Le mani si ribellavano a stringere pi oltre la neve; mi trascinai allora dietro le traccie del cavallo e ripreso lena mi lanciai nella discesa passando innanzi al deira, saltellando per i greppi che sembravan calcinati e per gli strati di terra grigia come cenere.
Sgibel Buzina, dalla lunga schiena rocciosa ed ondulata, nascondeva in faccia a noi, le sue cime, fra nuvoloni neri. Poi, in fondo, sotto un breve sorriso di sole lento, uno spigolo del villaggio, come un monumento aureolato d'oro, apparve e disparve, per riapparire quando raggiungemmo lo sprone della costa dove tutto il paese accatastato balzava dal verde dei suoi orti.
Isolato da due torrentelli, coi suoi tetti di argilla che formano pavimento e terrazze sui diritti rami di cedro che si combaciano, il paesucolo ha l'aria di una colossale e irregolare gradinata.
In quelle casupole che occupano un poggetto in semicerchio, vive oltre un migliaio di abitanti; e se i monti che l'attorniano sono desolati; lungo il letto dell'Ued la terra  rigogliosa di una robusta e varia alberatura di noci e mandorli e fichi e pruni e melagrani.
Buzina  la sultana delle fonti. Non avevo mai visto scaturirvi tant'acqua da un solo punto! Tutte le vene del Sgibel Mahmel si riuniscono nella fenditura di quella roccia ai piedi del villaggio.
Smontato da cavallo, abbandonato ogni cosa al deira che l'indomani doveva tornarsene indietro, m'avvicinai alla fonte ov'era un via-vai continuo di portatrici d'acqua.
Che spirito gagliardo traspariva nei giovani calzanti sandali di alfa legati ai malleoli con legacci dello stesso giunco, che se ne stavano l impassibili e impenetrabili, portando con la stessa nobilt del bernus quanto vi  di pi fiero e di indefinibile nell'anima berbera...
E come deliziose eran quelle fanciulle solide, vestite di un melhafa oscuro orlato di rosso, che riflettevano negli occhi quanto reca in s di solitudine e mistero tutta una stirpe votata al silenzio.
Non mi avvidi del tramonto, e quella sera mi parve dolce come il miele la negra galletta azima presso il fuoco odoroso di ginepro e di cedro; e soffice la rozza stuoia sul pavimento polveroso, entro un tugurio umilissimo ma che nel mio cuore splendeva di tutti i fulgori di una reggia.
Soltanto l'indomani, sotto un fiammeo tramonto che stillava molto sangue per le scavature del monte, accompagnato da un fanciulletto ciarliero e arguto, m'incamminai verso Tagust. Nella melanconia del crepuscolo, gentili pastorelle passavano senza far rumore dietro l'esiguo branco, mentr'io ogni tanto sostando per godere l'incanto del mogreb che facea di quell'ammasso di tuguri una cascata d'oro, sentivo il mio spirito gridare con tutta la sua forza:
Buzina, Buzina! Quale malia tu appresti al viandante dopo una giornata di cammino per la landa senza voci! O Bella, o Solitaria, il grappolo delle tue case s' incastonato tra i gorghi del mio sangue, con tutta la tua vita, come un grappolo di perle! Io t'ho amato d'un amore fervido e subitaneo perch non sei ancora contaminata dalla febbre della nostra civilt.
Buzina, rallegrati! L'automobile non passa sullo sprone di Ras-el-Bard!
La notte ci sorprese, ma la luna quasi piena, alta nel cielo d'una gelida serenit, avea un non so che di materno illuminando la plaga silente.
Ma d'un tratto la luce tenue divenne splendore! La luna parve versare torrenti di latte! La vallata di marmo splendeva adesso come la neve dei monti!...
A Tagust-el-Fokani m'ebbi quella sera il miele amarognolo del rosmarino ed un giaciglio di pelli soffice e caldo...
Tagust-el-Fokani, (Tagust il soprano) accosciato su di un'altura,  distante un paio di chilometri da Tagust-el-Tahtani (Tagust il sottostante) che giace in fondo alla valle. Tagust-el-Fokani  chiamato dagli abitanti descera Abiad (villaggio bianco) per le sue case di marmo, e Tagust-el-Tahtani descera Almar (villaggio rosso) per la sua terra ferrigna e per le sue abitazioni che sembrano arrossate nel fuoco.
La mattina presto, dai comignoli quasi invisibili fatti con pentole sfondate sporgenti appena sulle terrazze, si levava pigro ma lieve e trasparente il fumo di tutti i fuochi, spargendo intorno un velo azzurrino che sembr fondersi in un pulviscolo d'oro appena sul ciglio del Tissidelt l'erto dirupo, spunt il sole.
Lo cheik, Sgibeli Abdel-Kadre ben Larbi, un bel colosso dalla folta barba canuta, vedendomi scrivere sul libretto d'appunti e interessarmi a ogni minimo dettaglio, annus in me chiss che diavolo e si offerse a raccontarmi la leggenda del paese.
Seduti nel sole, in faccia al Tissidelt dai fianchi rossastri, come se in antico ci fosse piovuto sangue, slavato in seguito dall'acqua e dalla neve, prese a dire:
"Questa valle  la pi fertile degli Ors. I primi ad occuparla furono in tempi remoti, gli Uled-Aziz. Ma su loro, pi forti e numerosi piombarono gli Uled-Abdi, riuscendo ad impadronirsi della bella terra.
I vinti ripararono sul Tissidelt. Da quelle cime coi loro fucili a pietra potevano esercitare la propria vendetta senza esporsi alla ferocia dei nemici.
Gli Ulet-Abdi che trascuravano gli orti per paura dei fucili vigilanti, dopo aver accastato ai piedi del dirupo tutto intorno una grande quantit di legna, vi appiccarono il fuoco.
La grossa testa selvaggia del Tissidelt spar nelle fiamme e quegli fra gli Uled-Aziz che scamparono non si videro mai pi.
Ma i Nusser, che sono i tagustini d'oggi, alla loro volta piombarono addosso agli Uled-Abdi e li scacciarono. La lotta non termin presto. Per sette lunghi anni questa valle fu priva d'acqua, gli Abdini avendo deviato l'ued.
Solo dopo moltissimi attacchi, riusc finalmente a sessanta dei nostri uomini, fra i pi coraggiosi, armati di fucile, a riprender l'acqua sbaragliando i nemici e uccidendo quaranta uomini, una donna, due cavalli e un cane". E ripet: "Una donna, due cavalli e un cane" perch non dimenticassi quel particolare, al quale egli dava molta pi importanza che al resto del racconto.
Ma il vecchio furbo non si limit alla rievocazione storica, saltando di palo in frasca, incominci a dirmi che da quand'egli era cheik aveva fatto accomodar bene i sentieri prima impraticabili, aveva ringagliardito il lavoro della terra ed era riuscito a liberare le contrade dai razziatori. Insomma con una furbizia vigile voleva scritta, senza averne l'aria, una pagina di lode.
Uno sciaui, in quel mentre, giunse trafelato e ansante portando la notizia che un uomo era stato assassinato dietro il Tissidelt.
Pochi minuti dopo, al galoppo precedevo lo cheik per la discesa. Divorata in un baleno la strada fino all'Ued ci lanciammo per la salita senza sentieri.
Si Sgibeli, orgoglioso della sua forza e meravigliato della mia destrezza, passatomi innanzi per insegnare il punto da seguire, procedeva muto; io m'inebriavo del paesaggio d'oro. Il galoppo sembrava risvegliare la superba valle, e il villaggio rosso sembrava corresse, finch sparve dietro il dirupo.
Giunti alla cima al rumore di uno strepito di corsa precipitosa, levai la testa... Che incanto! Balzando di rupe in rupe, sei o sette animali fulvi, della grossezza del giovenco, con due corna sparte, quasi orizzontali e una corta criniera roggia e una lunga barba al mento fino al petto, precipitarono con grande fracasso fra le crepidini ferrigne.
- El-Fesctel - bofonchi Si-Abdelkhadre, punto meravigliato per la subita visione - tu vedessi: quegli animali d'una velocit straordinaria e che senza dubbio appartengono alla razza delle gazzelle del Saahra, hanno gli stinchi vuoti; quelle gambette sottili sono d'acciaio.
Io avevo riconosciuto il muflone africano, il muflone degli Ores, ben pi grosso e pi truce e meno agile dei mufloni che avevo visti sulle montagne della patria.
Dopo una mezz'ora di galoppo per quella terra voraginosa giungemmo presso il morto. Spettacolo indimenticabile! Oh la violenza del battito del mio cuore che si raddoppiava come a voler dare una met del proprio gorgo a quella vita distrutta che ci stava innanzi immota, ma con un'espressione torva e disperata!
L'ucciso giaceva presso un sentiero appena tagliato colla faccia rivolta al cielo e la gola recisa fino a met del collo. Il viso stravolto, ispido, biondastro, intriso di sangue pareva sempre sotto lo spasimo crudele d'una violenza inaudita; in quella immobilit tragica, con quella ferita che gli squarciava la gola, sopra la pozza grumosa e nerastra del suo istesso sangue, pareva tuttavia assorto in un indicibile sogno di vendetta. Aveva ancora ai piedi i sandali di alfa ed era coperto da una gandurra oscura, il braccio destro disteso col pugno chiuso, il sinistro per met nascosto sotto il fianco.
Due uomini erano seduti a pochi passi, altri due sopraggiunsero a cavallo. In nessuno traspariva la commozione dolorosa che sorprende l'anima di un uomo di fronte alla morte. Nei loro cuori chiusi non filtravano n lacrime, n sangue.
Si-Sgibeli che per un po' era rimasto cogitabondo in silenzio, disse: - Il morto  di Buzina: questo territorio non  di mia giurisdizione. Corra uno ad avvisare lo sceik Tarhit...
Poi rivolgendosi a me: - Andiamo!... Stanotte gli assassini dormiranno in prigione. Io so, io so. Gli uccisori sono due cugini del morto e un loro cognato... Lo so, non possono essere che costoro. Io sapevo dei loro dissapori e delle reciproche minacce per un pezzo di terreno.
La sua mula formidabile divorava la strada del ritorno. Io lo seguivo e lo guardavo incantato: era bello quel gigante canuto, saldo e vigoroso come un giovane di venti anni, che passava sotto l'azzurro come un'allegoria antica. Pareva l'immagine della forza e della bellezza primitiva che rompesse dal monte per lanciare una sfida alle nuove generazioni.
Ci separammo. Egli si diresse verso Buzina al galoppo, io in senso opposto, verso Mena ed a passo di lumaca.
Ero triste. Avevo innanzi agli occhi la figura del morto, pure la mia pena la sentivo prorompere da un'acuta tenerezza. Sapevo di abbandonare troppo presto quei luoghi dove la mia anima s'era abbarbicata come una radice d'elce.
Il villaggio bianco splendeva tra le roccie marmoree e le donne, dalle terrazze del villaggio rosso, si mettevano la mano tesa sulla fronte per meglio vedere lo straniero che passava: chi cuciva, chi filava, chi puliva il grano e l'orzo, chi macinava a mano con minuscole macine preistoriche; tutte arrestavano per un istante il lavoro e osservavano. Nei loro occhi passava un pensiero fuggevole; poi ciascheduna si ricurvava all'opra che la clemenza di quel sole invernale rendeva pi dolce.
Solo una giovinetta snella, ricca di linee e di baleni, ritta sullo spigolo di una terrazza, sembr guardarmi pi attenta. Io procedevo innanzi ed essa guizzando di tetto in tetto mi segu fino a che sparvi tra le siepi e il verde degli orti.
Fino a Mena camminai al passo. Non potevo incitare l'animale che mi portava sulla groppa assorto com'ero in tutto ci che lasciavo d'incantato in quelle due magnifiche vallate. I miei occhi eran ebbri di bellezza! Entro il mio cervello sciami di pensieri ronzavano come quella landa ronzava di pecchie canore.
Mena apparve fra due sassi come un enorme campana lucente... e disparve. La rividi poi vicinissima quando varcai il letto della sua larga riviera.
A piedi del villaggio aggrappato con grazia flessuosa fino in cima a quel poggio rotondo e a cono, una casetta terrena all'europea, con tegole di un rosso sanguigno m'offese.
Era la scuola. Ne provai dispetto. Anche su queste rupi si era inviato un maestro per dar lezioni di cattivo gusto!... Infatti chi era penetrato recando la cosiddetta face della civilt nuova, dava prova di essere molto meno artista di quei selvaggi che tra il miracolo della riviera ed i frutteti ed i ciuffi di palme seppero innalzare un monumento d'armonia che vince anche i mediocri.
El-Kubara, l'uomo che sostituisce lo sceik durante le sue assenze, facendomi visitare minuziosamente il villaggio, mi spiegava che Mena oltre ad essere il paese prediletto fra tutti i paesi dell'Ores,  anche l'ingresso alla vallata di Uled-Abdi, pi precisamente paese dell'amor libero.
- Qui - diceva il Kubara - tanto l'uomo che la donna possono scegliersi di reciproco gusto ed unirsi liberamente innanzi al Cadi che ogni settimana, il giorno del Suk, decreta centinaia di matrimoni e di divorzi. E non sono lunghe le pratiche. Avviene spesso che una donna sposatasi la settimana precedente, la settimana appresso divorzi e si unisca a un altro. Cos succede, che, mentre a Tagust e a Buzina relativamente vicini, si ha un sacro rispetto per la famiglia e per la sposa, qui, molte delle giovani donne hanno avuto ciascuna successivamente fin trenta mariti...
 capitato anche il caso, in uno dei duar vicini, di un vecchio che implor inutilmente dal Cadi perch respingesse le volont di sua moglie che voleva abbandonarlo per unirsi a un giovane. E appoggiava la sua invocazione dicendo come avrebbe fatto lui, che aveva ormai sposato e divorziato con tutte le donne del paese...
Bench giunto da qualche ora soltanto a Mena, quelle novit non mi meravigliarono. Ci che diceva il Kubara mi pareva di leggerlo negli occhi ansiosi delle snelle portatrici d'acqua che ci passavano innanzi al suono dei khal-khal e dei molti braccialetti d'argento.
Il villaggio pare che irradi tutt'intorno un intenso profumo sensuale. La prostituzione  cos spontaneamente permessa e ingenuamente esercitata che sopprimerla significherebbe togliere a quel paese la pi caratteristica delle tradizioni.
I carovanieri del Sahara salgono ricchi e ne ritornano poveri. Pure ripartono cantando lieti di aver lasciato l'oro e l'argento delle prede fatte nel deserto a quelle gazzelle montagnole che bruciano e inceneriscono senza toccare.
A lungo contemplai le giovani donne. Non una v'era spiacevole. Quelle forme robuste richiamavano al memore cuore dell'esule le belle donne di Barbagia. I due tipi di bellezze si fondevano in uno solo avvicinando quei musetti africani alle donne di Fonni dal cipiglio felino, dando loro la flessuosit di forme e la melanconia del sorriso delle donne nuoresi!
Il tramonto ci sorprese poco distante da Mena. Camminando lungo il letto del fiume il villaggio ci seguiva rimpicciolendosi, celando le sue gradinate, tornando a diventare l'enorme campana che avevo visto per un istante fra due sassi. E la campana divent d'oro e sparve dietro i dirupi, in seno al crepuscolo.
Giunto a Scir sotto il plenilunio con un cielo che si copriva di stelle mentre nell'occidente v'era ancora un cortinaggio vermiglio oscuro ed i monti portavano l'estrema benda violacea delle lamentatrici che piangevano la morte del sole, chiesi dello sceik.
Lo sceik non c'era. Il kubara m'offr ospitalit in uno stambugio nudo, che gli serviva pure di ufficio.
Lo spirito desioso ed alacre che m'avea spinto fino a Scir che, a detta del kubara di Mana, era il nido della bellezza e l'oasi della lussuria, m'abbandon per la desolatezza di quella solitudine. Il velato chiarore della notte bianca m'avea appannato il cuore... Era mai possibile che mi trovassi in quel celebrato regno ove trionfa amore che non conosce legge? Fui preso come da un senso d'ambascia e pregai il kubara che mi trovasse, per partire all'alba, una guida e due buoni muli.
Rimasto solo, fissando quell'ammasso di casupole taciturne, volevo penetrare il mistero dell'ombra e del silenzio circostanti. Qualcosa che non sapevo spiegare mi batteva al cuore e mi rapiva...
- Tenete pronti i muli di buon'ora domani mattina, - dissi ai due uomini, uno giovane e robusto, l'altro anziano e piuttosto piccolo, che mi presentava il kubara come il proprietario dei migliori muli del paese. Quindi mi ritirai entro il tugurio senza fuoco.
Stavo per avvoltolarmi nel berns e sdraiarmi quando bussarono alla porta.
- Chi  - chiesi avvicinandomi.
- Sono io, il padrone del mulo, - rispose una voce.
- Che vuoi? - ripresi, e aperto l'uscio mi trovai dinanzi all'anziano di poco prima.
- Io abito qui vicino, siccome qui stai male e sei solo, son venuto per invitarti a dormire a casa mia.
Affondando le saette dei miei occhi nell'anima del vecchio che se ne stava impassibile, lo ringraziai dicendogli che il mio bern non temeva il freddo.
Tacque un istante, mi guard, poi cambiando tono, parlando pi piano come per affidarmi un segreto, mormor:
- Ma qui dormi solo.
- E se vengo a casa tua, tu vuoi che dorma assieme a te?
- Con me no, - riprese pronto e senza scomporsi - ma passerai la notte con mia figlia.
Mi stropicciai gli occhi temendo di non essere sveglio. Ma la prima sorpresa si dilegu al ricordo delle parole del deira e del recente discorso col kubara di Mena, quindi risposi:
- Come, hai una grande figlia e non le dai marito?
- Mia figlia  giovane ed  stata sposa due volte. Ora  libera; pu darsi che si rimariti al prossimo mercato. Del resto, essa ti ha veduto passare con quel tuo berns raggiante, e sarebbe lieta di riceverti.
Io che, sia bene o male, ho un po' di fatalismo nelle vene, dopo aver chiuso l'uscio, seguii il vecchio.
Entrammo nella porta al fianco che conduceva a un cortiletto ove due porte, una chiusa e l'altra aperta, indicavano l'abitazione.
Dall'uscio aperto usciva un bagliore rossastro. Vi entrai seguendo il vecchio.
Nello stanzone vuoto al centro, ingombro ai canti di telai e masserizie, attorno a un bel fuoco, sedevano due donne. Una stava dinanzi a me con la faccia un po' grinzosa e fasciata di tatuaggi, l'altra era ai miei piedi, e non le vedevo il volto.
- Questa  mia figlia - disse il vegliardo additandomi la donna che non ancora avevo veduto in viso, e fatto un cenno all'altra sparvero entrambi nel cortile e li sentii entrare nella stanza attigua.
In piedi con l'anima in tumulto, combattuto tra l'incertezza e il desiderio, guardavo quella giovinetta bella e fresca che, senza cambiar positura, aveva sollevato il viso illuminato da una divina ferocia.
Ravvolta dal mlhafa oscuro e leggero che la disegnava tutta nel miracolo sottile e felino della sua persona, con quegli occhi mobilissimi, straordinariamente sensuali e la bocca chiusa, aveva in s qualcosa di selvaggio e di maliardo.
- Come ti chiami? - le chiesi curvandomi su di lei.
- Fatma! - rispose con bella grazia.
I complimenti si sgranarono dal mio cervello che cominciava a farsi luce attraverso le tenebre. Poi sedutomi per terra, accanto a lei, poggiando il capo nel suo grembo, non mi saziavo di fissare quegli occhi che parevano velarsi di una lacrima che non calava e li rendeva iridescenti.
Il violento battito del suo cuore mi giungeva come un lontano galoppo indistinto: le sue mani lunghe si affondavano nella mia capigliatura di cui era curiosa, dalla sua bocca accesa come fiorellini rupestri pioveano piccole parole brevi... Poi il suo viso divenne immobile ed ella si vel di placida angoscia...
La mia maschia dolcezza la sorprendeva. L'amore con cui carezzavo le sue carni massicce, le mammelle vigorose turrite sul petto che per il piccolo ventre si legava ai fianchi agili e pieni, la deliziava e martoriava. Essa che era abituata al rapido dominio brutale, impulsivo dei giovani della sua stirpe trasaliva alla lieve carezza che le stimolava perdutamente i sensi e la lasciava come colta da una specie di sgomento.
Senza chiedercelo ci trovammo sul giaciglio composto di grandi tappeti soffici. Tutta presa da un delirio invincibile, con gli occhi semi chiusi aveva gemiti di godimento che parevano di persona che soffocasse. Schiudendo le labbra e serrando i denti s'avvinghiava disperata,... pareva avesse trovato alfine l'appassionato artefice di una gioia nuova, l'anima di quel suo sogno senza fine.
Da un corto assopimento irrequieto si svegliava pi bella e pi voluttuosa che mai... Il suo inferno, il suo paradiso, il suo mondo eran composti in me, nel semibarbaro che la straziava per il troppo piacere.
Quando la prendevo su su con la mia forza e ne suggevo i singulti ed i gemiti, voleva essermene grata a tutti i costi e senza saper come poi, malgrado il succo aspro della razza berbera, come spossata, si lasciava andare abbattendosi.
Oh la dolce belva immota che tutto consentiva pur di magnificamente amare, oh quella bocca sensuale che tra i brevi singhiozzi ventava un'orgia di spasimi, un soffio di vertigini!
L'alba ci sorprese senza aver chiuso occhio. Poco dopo, nel varcare la soglia, mi salut il canto dell'usignolo. E mi parve un buon augurio.
Fatma se n'era rimasta felice con una piccola moneta d'oro ed una ciocca dei miei capelli coi quali si proponeva farsi un amuleto assieme alle scritture del marabu, che avrebbero avuto il prodigio di farmi tornare fra le sue braccia.
Il sole non tard ad affacciarsi dietro i monti, ma pareva non si decidesse a calare fino agli orti della valle.
Il villaggio, costruito come gli altri villaggi dell'Ores,  meno bello perch sparso sulla vallata aperta. Pure il risveglio era stupendo per il fremito alacre che correva tutte le casucce fumiganti, tutte le soglie adorne d'occhi luminosi e di deliziosi sorrisi.
Partimmo quando la landa tutta bianca di brina si scioglieva in lagrime alla carezza del sole, e non nascondo che, intravvedendo dietro l'uscio il viso di Fatma come velato di tristezza, m'ebbi al cuore quella stessa pena che si prova quando si abbandona un luogo dove si  foggiato un nido colle proprie mani e dove si lascia quell'amore che  la propria creatura!
Per qualche chilometro seguimmo una strada carrozzabile.  la strada maestra che va fino a Batna. Su quella povera striscia segnata dal dito della civilt l'automobile poteva passare!... Pi tardi la strada raggiunger Mena... Ahi, i monti dell'Ores saran presto contaminati, io lo sento!... Allah m'intenda e faccia che io ritorni prima che il delitto si compia!
Fuori della strada maestra, sta tutto raccolto il piccolo villaggio di Nueder. Da mezzacosta, fino in fondo alla gola, appollaiato, pare un gigantesco uccello che vada covando le sue uova: le rocce grandi e polite entro quella gola di voragine.
Costeggiata la brulla valle chiusa, sbucammo nell'altipiano e poi nella bella vallata aperta ove sparso in tre punti, tra il verde degli orti, senza nessuna caratteristica salvo il minareto della Zauia di Si-Balkhen, grigio, a fasce di un bianco luminoso si stende il villaggio di Tarhit.
Senza arrestarci seguimmo la valle, poi una costa ferrigna di cui un sentiero conduceva sul Sgibel-Tarhda, il bel monte crinito.
Una nenia tenue, sfibrata, soavissima si vers nel mio cuore come una benedizione!...
Quella melopea era la prima che udivo durante tutta la traversata degli Ores!... Erano le cantilene delle pastorelle erranti e la ghesba del pastore che mancavano a quelle rupi azzurre che sonori echi celavano nelle voragini!... Oh gli sciauia, quel popolo gagliardo, lavoratore, dal sangue biondastro, aveva l'anima vuota di poesia!... Era proprio cos. Fin la mia guida, quando trascinata dal mio stornellare, apriva la bocca, la lingua sembrava gli si ribellasse e dopo alcuni grugniti si taceva.
Che differenza fra questi e i beduini del deserto! Laggi le canzoni son il solo conforto, l'unica felicit dei raminghi. Ma io ho incontrato nelle piane dei Ziban e dell'Ued-Rhir una carovana senza la sua pecchia, senza la sua ninna-nanna cullante al passo ritmico della dromedaria la piccola sovrana celata entro il bussr, entro quel randagio trono fiammante che vaga nella solitudine del suo regno incontrastato!...
Or quella nenia bella che si faceva pi vicina m'estasiava, ed ecco sbucare nella discesa sei prostitute dell'Uled-Abdi che si spingevano innanzi tre muli, accompagnati da due fanciulli che cantavano, cantavano come due rosignoletti!...
Donde venivano quelle sei creature umili e tremende, quelle sei pene delizianti, quelle sei piccole maliarde dal sorriso severo e pur invitante, cariche di tatuaggi e di gioielli d'argento?... E quei fanciulli esperti nella malia del canto?
Giunti in cima al monte, mettemmo piede a terra. La discesa precipitava per un sentiero quasi indistinto. Il vallone si chiuse in un'ombra fredda s che eravamo grati al sole quando poteva filtrare fino a noi qualche raggio.
Dopo circa un'ora che scendevamo per quel Sgibel-Tarhda lacero a brandelli, per i suoi fianchi impervii come io non avevo mai visti, per i suoi dirupi che sostenevano formidabilmente per le radici vecchi e giovani alberi protendentisi nell'abisso come abbacinati dal mistero delle tenebre, dal fascino della profondit, ecco da un largo spiraglio fra due montagne spalancarsi lontano tutto azzurro il piano collo sfondo cupo dell'Ahmar-Khadd.
Poggi, colli, piccoli e grandi e varie e capricciose prominenze soffuse d'azzurro, sembravano gi in fondo un mare incantato da una violenta burrasca.
I miei occhi si fissavano nella malia di quell'immenso, di quella conca fatata, mentre una potenza misteriosa repentina s'impadroniva dell'anima mia. Per un istante la schiena mastodontica dell'Ahmar-Khadd sembr muoversi, guizzare come una vecchia balena alla quale il sole frangiasse d'oro tutta la spina dorsale.
Su di noi pendeva sempre la criniera del monte. Pi s'andava e pi membra fracassate di decrepiti pini sradicati dalla bufera e gittati attraverso il sentiero od a capo fitto in fondo ai precipizi, si vedevan qua e l nella solitudine. Spirava una brezza lieve, eppure i pini mugolavano... Il vento doveva essere l'implacabile flagellatore, imperversando pei valloni chiusi e per le gole aperte!
Ogni abisso improvviso ci dava un brivido, s che quando sbucammo in un breve piano irradiato dal sole che declinava, anche l'anima mia s'irradi e ne usc impetuosa e vampante.
Il duar di Tighanimine, disteso sulla pianura breve, non ha pi le belle attrattive dei villaggi rupestri dell'Ors; ma subito dopo ecco il gigantesco dorso di Sgibel-Zellatu spaccarsi ed aprirsi innanzi a noi, terribili e selvagge, le gole di Tighanimine.
I dirupi a picco, belli e orridi, irrugginiti dal tramonto, sembravan colar sangue da tutte le fibre e da tutte le incavature. Lo spettacolo era grande ma crudele.
Quell'immensa fauce di coccodrillo spalancata in quel luogo e quasi inaccessibile, era di un'imponenza aggressiva.
Dicesi che ai tempi della conquista francese, il colonnello comandante una spedizione di truppe, giunto coi suoi soldati alle gole, si fermasse. Doveva egli avventurare i suoi soldatini verso una morte sicura? Voleva almeno scolpire sulla montagna la data, il ricordo della sua spedizione, delle prime truppe che s'avventuravano per quei meandri pericolosi.
Ai primi colpi di scalpello, dati sullo spigolo pi adatto per l'iscrizione, caduto uno strato terroso, apparve una lapide che indicava come i romani antichi vi fossero gi passati.
Il comandante commosso, fatte sfilare in segno di reverente saluto le sue truppe dinanzi a quel ricordo di valore imperituro, si slanci seguito dai suoi per quell'orrenda bocca indifesa.
La valle si apriva a mano a mano, s'allargava, poi diveniva uguale, tra due montagne dello stesso bigio chiaro, brulle e ondulate entrambe e con in fondo una piccola riviera.
Ad uno svolto, ecco, ai nostri piedi, la piccola deliziosa oasi di Tart.
Mai pi grande meraviglia strapp al mio cuore un grido di simile gioia!
"Piccola oasi di Tarit, quale fascino  il tuo!... Se gioia  pel viandante dopo un lungo andare per le solitudini del Sahara, l'oasi; ben maggiore gioia, sepolta fra due monti, solitaria e adorna come una sultana smarrita in un reame non suo, tu sei per chi ancora  pervaso dal brivido delle voragini!
Che tu sia benedetta, piccola oasi del monte, sorriso di vita e di vittoria dopo la cupa voce delle prefiche che si lamentano per gli antri e per gli abissi!...
Come lo smeraldo delle tue palme tra gli alberi spogli e la bella trina d'oro che appende lungo le siepi la tua vita selvaggia, e il murmure e il riflesso delle tue acque si armonizzano, piccola oasi del monte e del mio cuore, con la tua repentina malia".
Come le gole di El-Kantara sono l'ingresso del deserto venendo gi dal Tell di Costantina, cos le gole di Tighanimine segnano l'ingresso al paese del sole venendo gi dalle fulgide giogaie dell'Ors per i precipizi del Sgibel-Tardha.
...
La luna splendeva con un suo luminoso furore. Mangiando noci serviteci sbucciate, mentre pensavo se quelle noci eran pulite dalle mani aduste di un'ombra di donna che vidi recitando la preghiera del moghreb, oppure da quegli steli di manine d'una fanciulletta che intravvidi attraverso il largo spiraglio d'una porta, lo sceik mi raccontava:
"Fu una famiglia di nomadi a stabilirsi per la prima in quest'angolo di paradiso. L'uomo esperto avea adocchiato il tesoro, ed ecco il tesoro fiorire dal lavoro delle sue braccia.
Gli abitanti di Tighanimine, dinanzi a tanta meraviglia di fecondit, tentarono impadronirsi del luogo.
L'anziano si difese. Molti degli aggressori arrossarono di sangue il bianco letto del fiume colpiti dal piombo del suo archibugio infallibile.
Costretto dalle circostanze il vecchio ingross la sua trib. Pure, per molti anni, furono obbligati a lavorar di notte la terra per correre all'alba ai piccoli ripari costrutti sotto l'inespugnabile rifugio delle rupi e starsene, vigili sentinelle, pronti alla difesa.
Fra tant'odio e tanta pena fior l'oasi che oggid gode tanta pace".
Tali ripari, come avanzi di minuscole garitte, si vedono in parte ancora costrutti sui cigli, ma uno pi di tutti a picco sull'abisso, proprio nell'apertura delle gole, rassomiglia agli avanzi di un nido d'aquila.
L'indomani, allo spuntar del sole, continuammo il nostro viaggio. La riviera lungo la valle che si spianava sempre pi, ci condusse fino all'Oasi di Rassira che  lo sbocco alla grande striscia di terra desolata tra la dentellatura dello Sgibel-Oaud e dell'Ahmar-Khadd.
L'Ahmar-Khadd aveva un cipiglio severo. Quella vecchia balena immota che al versante del Sud era tutta scaglie di metallo tant'era la forza prodigiosa e varia delle sue luci, aveva lasciato al versante opposto il cruccio bendato di un viola tenero che si versava per le incanalature quasi regolarmente segnando le costole del mostro.
Tutta la giornata si cammin sotto un sole violento in un cielo chiassoso di allodole, per quel paesaggio ridente di qualche piccola oasi incastonata nei monti come uno smeraldo. Si era nel deserto roccioso! Le dune tonde, lunghe, bislunghe, ondulate, bizzarre, sparse, raccolte, ammucchiate, tutte arse e ferrigne, parevano di terra cotta.
Nel pomeriggio eccoci a Musciunx, la pi bella e la pi ricca delle oasi del monte. Vi si respira il deserto, quantunque raccolta, come un gregge che meriggi, in una larga conca dell'Ahmar-Khadd.
Quella montagna dalla schiena uguale non d solo il fascino al paesaggio, ma l'estate salva tutti gli abitanti dal feroce assillo del sole, ed offre loro, assieme alle gazzelle, le sorgenti freschissime e le deliziose brezze delle sue cime.
Il tempo splendido e mite, il plenilunio, il desiderio di giungere a Biskra ove Zachia impaziente attendeva, non potevano tentarmi a passare la notte a soli quaranta chilometri di distanza. Cos con una nuova guida, inforcando due cavalli freschi e ardenti, senza dare ascolto a quelli che mi consigliavano di non partire perch i dintorni di Scetma erano infestati di razziatori, ripresi la via.
Qualcosa d'impetuoso mi urgeva nel cuore. Non contento del piccolo trotto della guida mi lanciai al galoppo. Sentivo un bisogno di vertigine: mi pareva d'inseguire e di ghermire la visione cos bella in quella via lunga per il sottile deserto roccioso e fulvo, pi luminoso nella sua desolazione. La guida mi seguiva sbalordita di questo europeo che nell'impeto della corsa facea svolazzare il suo bernus e gittava urli come un arabo forsennato.
Ecco la luna! Come una grande moneta d'oro fece capolino sulla schiena dell'Ahmar-Khadd, poi si svel tutta e per un istante, ritta sul monte, sembr sostenuta da una mano invisibile.
Un morbido tappeto bianco copr la terra. Il plenilunio che ardeva con una dolce violenza parea volesse distaccare tutte le bellezze, tutti i profili della bellissima landa. E tutto fu pi bello per me sotto quel chiarore alabastrino.
Quando lasciammo dietro di noi l'Oasi di Droh, e il silenzio fu rotto da un'umile melodia di ghesba, ecco spalancarsi il Sahara.
Passata l'Oasi di Scetma, i fanali di Biskra europea brillarono vivamente in quella bianca soavit notturna e l'urlo acuto della vaporiera che giungeva da El-Kantara mi fer l'orecchio come un lamento. E non mi parve il bramito della civilt implacata quel grido, ma l'invocazione della mia beduina aggredita. Un demone d'angoscia mi percosse il cuore! Il cavallino diede quanto aveva di muscoli e di sangue. Il piano fu divorato. Passando al fianco d'un accampamento nomade, dove i cani correndomi dietro abbaiavano furiosamente, non vidi quasi nulla! Il buio delle tende oscure, la fiamma di una tenda rossa, e nient'altro!
Giunto al limitare dell'oasi abbandonata la briglia alla mia guida, sazio d'infinito m'involai per i viottoli ben noti, chiuso nel berns, scrutando come il bandito che ha paura di svelare il suo nascondiglio, e sgusciai nell'ombra fino alla graziosa dimora dove ormai la mia gazzella dal cuore ardente potea liberamente ricevermi.
 LA SULTANA DEI ZIBAN
Da Biskra, la vaporiera si lanci a corsa vertiginosa in una discesa a rompicollo. Il paesaggio sfuggiva ai miei sguardi, le foreste dell'Ors disparvero come per incanto e non vidi altro che montagne schistose e brulle, montagne isolate simili a bizzarri castelli medievali, e valli e pianure pietrose col balenio breve di qualche lago salato, e qualche profilo di pastore arabo intento al suo piccolo gregge.
Vampate di caldo salivano dal grande piano che si spalancava in fondo alla discesa; e pi gi una catena di monti nudi si ergeva come un'enorme muraglia al limite del deserto.
Ma una spaccatura della montagna s'apr all'appressarsi del treno, e il mostro metallico, fumando e infrenabile vi si precipit lanciando un sibilo acutissimo.
Appena varcata la superba gola, a circa duecento metri a picco, ecco spalancarsi il Sahara. Che incanto! Il cielo, che nella discesa era andato a mano a mano rischiarandosi, ora si stendeva tutto azzurro, e il sole, nell'ora del tramonto, indorava d'un giallo tenero il villaggio di El-Kantara, giallo di terra cotta anch'essa, colle sue casette ammonticchiate fra le molte palme dell'oasi bagnate da un esuberante corso d'acqua.
El-Kantara, che  della linea Ghelma, Krubs, Batna, Biskra, il primo paesetto del Sahara, ha il vantaggio di essere protetto contro il vento del deserto dalla selva delle sue palme, e dai venti del nord, riparato dalla lunga fila di montagne che si allineano gigantesche alle sue spalle.
Gli arabi del paese affermano che su quei monti s'arrestano le nubi, le grigie vagabonde del Tell, e che l'inverno non valica mai quelle cime.
Il piccolo villaggio color d'oro splendeva sotto il sole che dileguava e spariva in un'apoteosi.
Era un'armonia soave in quelle due tinte quasi uguali che si confondevano in un purissimo fulvo.
Mentre il sole dardeggiava dall'aurora al tramonto quelle capigliature dai solidi e arrugginiti capelli duri e aguzzi come stili, la sghia con tenerezza di madre, scivolava per tutti i tronchi, per tutte le radici, allattandoli delle sue abbondanti vene e tenendoli cos freschi e forti onde resistere alla inflessibile violenza del gran nemico.
Le allodole, che mi richiamavano al cuore le lodolette del poggio di Codinattas, in Barbagia, si slanciavano nello spazio, canore. Piccole randage del cielo, erravano colle pastorelle e cantavano all'aurora ed al tramonto, forse per salutare il risveglio e il commiato del sole, oppure per far coro alle piccole amiche raminghe che garrivano anch'esse nei due crepuscoli.
Alcune donne, colle brocche di argilla appoggiate ai fianchi, scendevano al fiume. Nel crepuscolo vermiglio vestivano di fiamma, e le loro voci, confuse al tintinno argentino dei khl-khl salivano e dileguavano nello spazio pervaso di clamori.
Il deserto con tutte le sue trame recondite, con tutta la luce dei suoi smisurati occhi di chimera, mi appariva in quelle forme di selvaggia bellezza che passavano nella serenit della sera come simboli d'una vita pi bella.
Il crepuscolo dur poco. I monti s'intristivano e s'intrist la landa. Un molle vapore si lev come dal cuore delle palme e si sparse nel magnifico cielo che si copriva di stelle: le stelle pi grandi e pi vive che io avessi mai visto.
Tutto s'avvolse di pace e di silenzio. Poi, oltre l'oasi, s'accese un fuoco. Visto attraverso i ricami delle palme dava l'idea d'una stella caduta dal cielo. Il suono d'una ghesba si lev come il tremolio d'un trillo d'usignolo, come la cantilena d'una fanciulla beduina come il lamento d'una gazzella ferita, mentre in fondo al cielo s'alzava il plenilunio, torrente di latte riversantesi sulla terra.
L'indomani proseguii per Biskra. Sessanta chilometri ancora mi separavano dalla Sultana dei Zibn che anelavo conoscere.
La fontana delle gazzelle, un paesaggio ammirabile; l'oasi di El-Utaya, bellissima; la montagna di salgemma alla sinistra dell'Ud largo e fosforescente; poi il Colle El-Sfa, che domina il deserto e da dove si distinguono come tanti laghi immoti, sparse nella pianura sconfinata, le oasi dei Zibn, e pi vicina, la pi vasta e la pi bella, l'oasi di Biskra.
Biskra, un grosso villaggio antichissimo, distaccato e separato dalla nuova Biskra dei turisti e della corruzione europea, si adagia mollemente sulla riva destra de l'Ud-Biskra.  forse uno dei punti pi caldi del mondo e ci  dovuto all'assoluto riparo dei venti freddi per le montagne che la circondano a nord, mentre ha libero accesso il vento del sud che irrompe infocato.
Vi giunsi in pieno meriggio. Sembrava una pura giornata di giugno mentre pochi giorni soltanto ci separavano dalla notte di San Silvestro. Il mio cuore batteva di desiderio, la selva delle palme mi attirava. Accompagnato da un arabetto vispo ed intelligente che doveva servirmi di guida, m'internai nella grande oasi dalle centomila palme. Pi che a El-Kantara ebbi quivi la sensazione dell'oasi.
Muri fatti di tb ora bassi ed ora alti, ora solidi ed ora sottili, tutto bizzarrie e capricci, senza linea n regola, dividevano le propriet. Sotto le palme, i melograni ed i fichi, quasi nudi, si intrecciavano gli uni agli altri calando le branche fino a terra, come a bere dall'acqua della sghia che scorreva limpida. Gli ulivi e gli agrumeti eran rigogliosi, l'ombra intensa.
Non un filo di sole riusciva a penetrare sotto quelle vlte robuste e stupendamente ricamate. Alitava una frescura deliziosa.
La raccolta dei datteri era ultimata, epper i giardini erano deserti. Solo in qualcuno dove le frutta delle palme erano ancora ammonticchiate in attesa che scendessero i mercanti di Batna e di Kescela coi cammelli carichi di cereali da barattarsi colle frutta zuccherine, si vedevano donne affaccendate.
In cima a una vecchia palma vidi sospesa una brocca d'argilla. Ghaddr mi spieg come, essendo quella palma decrepita, in assoluto deperimento, incapace di produrre buoni datteri, la distruggevano completamente estraendone il lekmi. Per estrarlo praticavano un buco nella cima, poi a palmo a palmo venivano sempre pi gi dove introducevano un pezzetto di canna dalla estremit del quale colava dentro la brocca tutto il sangue del cuore di quel tronco, che si convertiva poi in un liquore forte ed inebriante.
Come tutti i villaggi del Sahara, Biskra  costrutta sopra una limitatissima estensione di terreno. Pare che l'accavallarsi le une sulle altre delle casette d'argilla, con vie irregolari e strettissime, con infinite vlte che sembrano vicoli sotterranei, sia una difesa degli arabi contro il sole. Opporgli cio tutta l'ombra possibile, tutta un'ingegnosa barricata che gl'impedisca di penetrare con la sua tremenda spada di fuoco.
Il tramonto ce lo godemmo dalla cima dell'antico forte turco che ammassa tutta la terra rugginosa delle sue rovine poco distante dall'oasi, in uno spigolo dove confluiscono diverse strade che si allargano e si perdono nel deserto.
Il grande arco del cielo era d'un azzurro limpido e terso. In fondo, il sole senza bagliori, che si era trasformato in un gran disco di sangue, avea disteso su tutto l'estremo deserto un manto di porpora frangiato di rosa e d'ametista e calava anche lui lentamente su quella porpora, la toccava, poi vi si tuffava e visibilmente dispariva in mezzo al tripudio di quei colori fiammanti. Ma il vero incanto era il giuoco delle luci, il riflesso sempre vario delle tinte che si riflettevano sulle cime brulle e nei versanti di calcare dell'Ahmar Khadd, la montagna che a nord, dietro Biskra, smagliava come se fosse intarsiata d'enormi rubini, di zaffiri, di turchesi; i bagliori di madreperla si fondevano in luci d'oro, di lilla e di viole, in coltri di narcisi e di giacinti. Poi tutto scomparve e subito dopo palpitarono le prime stelle.
Allora ripigliammo la nostra strada e giungemmo alla citt europea prima che si levasse il plenilunio.
Pi tardi mi recai alla via delle Uled-Nal. Questa via tradizionale  abitata dalle bellissime nailiate, come laggi chiamano le fanciulle della rinomata trib Uled-Nal; che, incorruttibili nei vari e brevi riposi sulla terra natia, ma nomadi per eccellenza e ambiziose, diventano donne d'amore e di costumi non difficili lungo i loro vagabondaggi: gran parte di queste fanciulle esulano dal loro nido debuttando come ballerine.
Nella via delle Uled-Nal non sono che caff moreschi dove si danza, si suona e si canta; e da ambo i lati della strada, una moltitudine di queste giovinette deliziose, vestite leggiadramente e ricoperte di preziosi gioielli barbari, sedute sulle minuscole soglie, in attesa di chi vada ad acquistare i loro baci e le loro carezze; e quegli occhioni di velluto hanno occhiate cos languide e cos piene di volutt che attirano i passanti. Ma non si odono urli n parole volgari. A ignorarlo non si crederebbe d'essere innanzi a piccole veneri vaganti che aspettano di potersi dare per poca moneta al primo venuto.
Entrai in un caffe-moro. In una specie di palchetto sedevano tre musicanti, e al loro fianco tre ballerine. La ghesba, il gheuibri e la darbka vibrarono melanconiche melodie ritmiche.
Nel caff si fece un silenzio assoluto. Il trillo degli strumenti islamiti suonati da uomini appassionati carezzava l'udito come una preghiera d'amore o fremeva come un canto d'odio.
Il padrone del caff s'affacci sull'uscio e grid quattro nomi. Quattro graziose nailiate entrarono nel caff e una dopo l'altra presero a danzare con lasciva leggiadria, lanciando piccoli gridi; gridi di folli ansie, gridi di stupore.
Quand'esse uscirono si mosse la pi piccola delle tre ballerine. Guardai fissamente quella strana creatura, una fanciulla sui tredici anni, dalla carnagione oscura, ma con due occhioni ardenti e mobilissimi nel volto simpatico. Non rideva, il suo viso era velato da una straordinaria melanconia. Era venuta solo da pochi giorni da Bu-Sada, l'aveva condotta una vecchia parente. Certo, la vecchia megera avrebbe cercato di venderla per molte lire sterline a qualche turista inglese.
La musica suonava ed essa indugiava, pareva triste; forse pensava alle danze native ballate nella sua oasi dinanzi ai compagni ed alle amiche d'infanzia. Ella, sollecitata con dolcezza dal padrone, scese lentamente, a piccoli passi, cercando di nascondere il viso con due fazzoletti fiammanti che teneva per le cocche.
Il soave gorgheggio della ghesba la percosse ed ebbe un tremito; vedendosi l'oggetto di tutti gli sguardi cupidi e intenti sembr esitare; un mesto sorriso pass sulle sue labbra, poi, trascinata dalla vertigine della melodia sembr commuoversi; il suo piede si mosse, il suo gesto divenne audace.
Allora cominci con l'invisibile amante che le parlava e la carezzava colla melodia della musica, una lotta, una resistenza accanita, cercando essa, coll'agitare furioso dei fazzoletti, di scacciare quegli che suo malgrado la teneva per il cuore e le tormentava i sensi. Port la sinistra al petto, rivers la testa indietro, inarc il dorso, sembr raccogliere tutte le sue forze per non soggiacere alla formidabile stretta. E fu lei, che nella lotta rimase vinta. Incominci colle movenze e coi suoi gesti di resistenza, ma aveva delle occhiate di fuoco e ad attimi degli improvvisi slanci come per darsi al seduttore. Il corpo flessuoso come un giunco s'agit nervosamente ed i piccoli seni acerbi si mossero come per un impeto interno. A un tratto lanci i due fazzoletti. L'uomo della ghesba prese la rhita stridula e penetrante. Quel clarino arabo, se lacerava le orecchie degli ascoltanti, lacerava anche il cuore della ballerina. La fanciulla s'arrest per un istante nel bel mezzo del caff stralunando gli occhi; sembrava risvegliarsi da un sogno tremendo e dolcissimo.
Al nuovo ritmo alz le manine in aria, due manine scarne e lunghe, come in generale sono le mani delle fanciulle del deserto. A piccoli passi cadenzati, fece il giro della sala, ma le sue dita, sempre nell'aria, avevano un movimento strano, celere; un volteggiamento rapido, eguale: sembrava toccasse le corde d'un cembalo invisibile, di un'arpa d'oro che essa vedeva, che essa sola sentiva nel miracolo delle sue dita.
Poi cominci a cantare. Mentre continuava la danza vertiginosa e spasmodica, la sua voce sottile e argentina cantava una strofa d'amore; e quand'ella cessava, i musicanti, con muta e grave armonia, la ripetevano, e quand'essi finivano essa ripigliava con quel trillo di uccello che mordeva il cuore.
Cessata la danza la fanciulla torn al suo posto ed io uscii. Ebbi tema di restare. Le altre ballerine mi avrebbero offuscato, senza dubbio, la grazia ed il prestigio della fanciulla di Bu-Sada.
 
 
 IL PASSO DELLE GAZZELLE
E SIDI OKBA
Ero gi da due giorni a Biskra, quando attraversando il Suk del bestiame, in cui era convenuta una folla numerosa di arabi e l'aria fremeva di muggiti, di belati e di clamori diversi, mi sentii tirare per un braccio. Mi voltai. Oh la bella sorpresa!
Massad-ben-Ahmed, un uomo sempre giovane, piccolotto e svelto, dalla pelle oscura e dai brevi occhi acuti, asciutto e crespo come una corteccia di palma, mi prendeva la mano e se l'accostava alle labbra in segno di amicizia e di rispetto.
Fui lietissimo di poter stringere la mano a quel mio buon amico, ch a Massad, proprietario d'un numeroso armento di dromedari, da parecchi anni ero legato da salda amicizia. Lo conobbi a Bu-Agir, un villaggio rupestre e boschivo nei dintorni di Suk-Ahras, dove egli abitava colla sua famiglia.
Incontrarlo a Biskra, mi fece dunque, oltre che meraviglia, anche piacere; e pi piacere mi ebbi quando seppi che egli era un autentico figlio del deserto, che era nato a quattro chilometri distante da Biskra, nell'oasi di Filiasc e che da molti anni, dopo una stagione in cui le cavallette avevano distrutto ogni cosa nel deserto, dai fiorellini selvaggi ai fiori delle palme, e il them (febbre maligna) aveva falciato le persone a centinaia ogni giorno, erasi partito dall'oasi natia col branco di dromedari e colla famiglia... Ma di quando in quando la nostalgia della sua terra lo stringeva come dentro una morsa di acciaio ed allora ritornava alla sua oasi, alla sua vita di selvaggio.
-Tu che sei curioso delle bellezze e dei miracoli musulmani - mi disse - qui, nel paese delle palme, nel paese dove le fanciulle hanno occhi e sopracciglia neri, nell'immenso mare di sabbia, potrai penetrare la pura anima saracina, ch le sue razze sono di ferro e di vento... Io star qui parecchi giorni ancora, se tu vuoi, ti far vedere delle meraviglie che non si vedono negli altri paesi dell'Islam.
L'indomani, prima dell'alba, Massad, davanti alla porta dell'albergo, tenendo due superbi cavalli bianchi per la briglia, mi aspettava.
Mentre l'aurora spargeva con mani di regina in un cielo verdastro le sue mille sfumature policrome, lasciando dietro di noi la bianca citt europea silenziosa e assopita, galoppavamo verso la spaziosa riviera.
L'Ued-Biskra, quasi asciutto, scivolava quieto in piccoli fili, nel suo larghissimo letto ricoperto di ciottoli lisci e rotondi, grandi e piccini e d'un sabbione biondo, asciutto, sfavillante di pietruzze che sembravano diamanti e madreperle. La riviera appariva come un immenso lago di schiuma. Tutti quei ciottoli che avevano scintillii nel sole e fosforescenze, in quell'ora mattutina parevano disegnarsi sotto una schiuma soffice, sparsa qua e l di fettucce di seta celeste e sbiadita, di broccati e damaschi a fiori iperbolici.
Un sogno vivo molceva ogni disagio dell'anima e dava al cuore un non so che di rimpianto, anzi un delicato senso di timore, un piccolo sgomento, quasi che le zampe ferrate dei nostri cavalli dovessero profanare la doviziosa bellezza di quel magnifico tappeto orientale. Il paesaggio s'allargava indicibilmente bello. La piccola oasi di Lallia verdeggiava dinanzi a noi disegnando nello spazio, con varia architettura, i profili delle sue palme che cerchiavano l'orizzonte d'una frangia capricciosa. A sinistra Djebel-el-Khadd rivestiva i suoi monti di rubini. La grande montagna era severa e fantastica. Le sue ombre, le sue insenature, le sue vette, i suoi crepacci ripigliavano il proprio colore, salvo poi a cambiarseli a vicenda e vestirsi e svestirsi cos dalla base enorme al vertice pi aereo, dagli spigoli ai fianchi alle facciate, delle vestaglie di lilla e di gerani.
I nostri cavalli divenivano nervosi. A mano a mano che la pianura s'allargava fino all'estremit dei cieli senza alcun ostacolo sembravano come animarsi di uno spirito sempre pi alacre. Un tormento interiore li pungeva. Sotto le nostre ginocchia fremevano di ardore. Li lanciammo alla corsa... Oh l'impeto e la volutt di quella corsa! I generosi animali, che Allah cre con un pugno di vento del mezzod, agili, snelli, tutti nervi, vigore, furore, inarcandosi o stendendosi flessuosi e lievi come antilopi, si slanciarono ad una corsa vertiginosa. Il vento asciutto che li penetrava a grandi boccate dalle narici aperte, l'ebbrezza della libert e il nostro urlo selvaggio acceleravano ancor pi quella fuga chimerica.
Giunti a pi del monte, e lasciate le nostre cavalcature in custodia ad un pastorello arabo, cominciammo a salire per un largo sentiero che si apriva sul fianco della montagna ma che presto scomparve nell'insenatura rocciosa diventando sempre pi stretto e ripido.
Messad non parlava: andava innanzi col suo passo elastico, silenzioso, d'una celerit sorprendente. Massaud, cos indolente quando se ne stava colla sua tazza di caff dinanzi e la sigaretta fra le dita, affrontando la salita sentiva ridesto dentro di s l'istinto del cammelliere, e camminava con l'ardore del beduino che aneli a un convegno d'amore.
Giunti a met della costa Messad si ferm presso un dirupo e con voce sommessa mi disse:
- Ecco il nostro posto. Da questo nascondiglio potremo vedere le gazzelle che nell'ora antelucana calano tacite, senza fremiti, senza bramiti, alla sorgente che sgorga limpida alle falde della montagna; e risalgono alle loro vette dopo l'aurora, appena gli schisti ed i quarzi si adornano coi diamanti del sole.
Aveva appena terminato di pronunziare le ultime parole, che vedemmo, attraverso un crepaccio, sullo spigolo pi basso di una acuta gobba di monte, le prime gazzelle avanzare circospette, caute, ma serene. Erano dieci, venti, trenta in fila indiana, una dopo l'altra, ordinate, senza grandi interspazi. Quando il corteo si chiuse ne contai ottantasette; ottantasette gazzelle si schierarono delineando sulla schiena della montagna i loro agili e graziosissimi profili. Ottantasette gazzelle dal pelo fulvo e lucente, dalle corna sottili e dritte come stecchi, dai teneri occhi smisurati salivano lievi e leggere come ombre in sogno.
Messad mi bisbigli:
- Appena saran giunte in alto allo spiazzo noi non le vedremo pi; ch il sentiero si perde sull'altro versante della montagna. - E ci detto balz svelto come un tigrotto sulla cima del dirupo lanciando grida acute e selvagge e battendo fragorosamente le mani.
Al primo grido implacato, le gazzelle nello stesso attimo si sollevaron tutte nell'aria sulle quattro zampe tese e come un corpo solo sparvero nell'altro versante del monte. Sembra che un demone le avesse morse in uno stesso istante, che un ruggito di leone le avesse sorprese nell'immensit di quella pace montana.
Io me ne stetti muto cogli occhi smarriti in quel vuoto, cercando di ricostruire colla fantasia il delizioso quadro di poco prima, scomparso cos bruscamente, come le bionde principesse dei palazzi di cristallo scompaiono nei sogni dei bambini.
Non molto dopo in silenzio, assorti, galoppavamo verso la grande oasi di Sidi-Okba.
Una trib di nomadi aveva innalzato le tende nel piano a poca distanza dal sentiero dove noi passavamo. Dalle tende grige, pigre, lievi nuvolette di fumo (anche quel fumo era bianco nella bianchezza della terra, quasi l'orbace delle tende l'avesse filtrato in modo da lasciarne uscire solo il candore) s'innalzavano sullo spazio sereno. I cani dagli occhi sanguigni e i lunghi peli irsuti ci corsero incontro abbaiando furiosamente, mentre qualche figura umana si disegnava sul grigio delle tende volta verso di noi, diffidente e curiosa...
Il villaggio di Sidi-Okba, come la vecchia Biskra, ha le sue casette d'argilla che si accavallano le une sulle altre, le vie strettissime irregolari, oscure.
La moschea di Sidi-Okba  celebre. La sua fama  passata alla leggenda. Eppure non ha nulla di grandioso n di speciale questo largo ma umile tempio musulmano perch il suo nome corra tutto il Sahara e sia una perla sulla bocca dei cantori estemporanei e dei narratori raminghi...
Questa sacra dimora che d nome all'oasi non  ricca, non  adorna.
Varcando la soglia per si  vinti dall'impressione di entrare in un luogo santo, fatto per la preghiera muta. La semioscurit accresce l'umile sentimento della devozione. Le lampade a olio, accese, piovono una luce melanconica e discreta che non vince quella penombra di mistero; da quelle scialbe fiammelle immote, si spande una severa dolcezza che invita al raccoglimento. Qualche ombra umana si muove sulle grandi stuoie. Nei bracieri fuma l'ambra, e il belgiuino: quel profumo acuto e penetrante, che irrita le narici e inebria, nel silenzio indicibile che vi regna.
A Sidi-Okba, l'acqua  scarsissima. Nel cuore dell'estate gli abitanti sono costretti a percorrere molti chilometri fuori dell'oasi per trovare acqua. Partono di notte, coi magri asinelli piagati verso la sorgente lontana; sorpresi talvolta nella sconfinata pianura senz'ombre, dal sole, non pochi cadono colpiti a morte dalla sua spada affilata e implacata.
Quel giorno era un gaio va e vieni di donne, di fanciulle, di bambini, spingentisi innanzi l'asinello e portando la gherba (otre) a un angolo ove la seghia era pi larga e pi comoda. Era uno spettacolo piacevole e caratteristico quel continuo agitarsi di creature che andavano e venivano coperte di colori fiammanti. Veder curve sull'acqua molte fanciulle fluttuanti in una policromia vivacissima, dava l'idea di cespuglietti di ginestre fiorite sparse tra pervinche ed oleandri, in un angolo stellato di ciclami.
L'acqua continuamente mossa era torbida: pure nell'immenso squallore della pianura arsa e desolata, quell'angolo umido, quel fremito di vita vario assiduo, spandeva tutto intorno un sorriso di freschezza...
Al ritorno, passata la riviera - pareva di sangue in quel sanguinoso tramonto improvviso - Messaud volt il cavallo a sinistra e lo spinse al galoppo verso la vecchia Biskra. Pochi minuti dopo scendevamo dinanzi alla piccola moschea di Sidi Malek il cui minareto d'argilla, che sollevava la guglia sottile al di sopra delle palme, aveva sulla cima l'ultima luce che gli proiettava il cielo senza sole dal suo lembo purpureo aderente al deserto.
Messaud penetr in un piccolo uscio aperto, e ne usc poco dopo assieme al vecchio marabu. Quest'ultimo, un uomo anziano, dal viso sereno cinto d'una folta barba brizzolata e dagli occhi senza luce, m'invit nella moschea.
Al marabu di Sidi-Malek venne assassinato il padre El-Arbi, Cad del Suf, quand'egli aveva dieci anni, in una tappa notturna, mentre si recavano a Costantina con una forte scorta di uomini.
Quella sera, El-Arbi non aveva voluto che gli venisse rizzata la tenda e si era sdraiato accanto al figliuolo e distante dagli altri, col viso rivolto verso le stelle, le pallide amiche dei viandanti.
Quattro banditi che lo seguivano, strisciando come serpenti lo raggiunsero e d'un colpo gli recisero la gola fino a met del collo. Nessuno s'avvide di nulla, e dopo avergli tolto la gran borsa di pelle, dove serbava i denari, gli assassini s'allontanarono e si salvarono passando in Tunisia.
Mortogli il padre, il fanciullo se n'and a Biskra. Sempre taciturno e serio, pareva che la sventura gli pesasse sull'anima come una duna di sabbia.
Tutti dicevano che in quel gracile petto non vi era il cuore del vendicatore.
E cos fu. Fin dalla sua giovinezza egli si raccolse nella moschea di Sidi-Malek, di cui  ora diventato il marabu.
L'interno di Sidi-Malek  uno stanzone assai largo, ma vuoto e oscuro. Vi ardeva una candela di cera e vi bruciava il benzoino misto ad altri profumi violenti.
Sul principio il luogo mi parve deserto; ma abituati gli sguardi all'oscurit, distinsi parecchie donne aggomitolate in fondo alla parete, presso una porticina chiusa. Il marabu entr accompagnato da due altri uomini. Il venerando custode di Sidi-Malek accese altre candele di cera, sicch, tra il fumo e il grigio dei muri d'argilla si sparse un bagliore rugginoso e triste, come la morta luce di un gran fuoco senza fiamma.
I due sopraggiunti, dei quali uno teneva lo sgiuk e l'altro il bendir incominciarono a suonare; lo sgiuk trillava come un usignolo, l'uomo del bendir picchiettava colle dita agili sul tamburello islamita.
In quel mentre la porticina chiusa si spalanc e dalla stanza adiacente si rivers un nuovo gruppo di donne. Una gran parte di queste s'affrett ad accoccolarsi lungo la parete, una accanto all'altra ed alla luce opaca i loro volti ulivigni assumevano degli atteggiamenti tristi e tragici, d'una tragicit ieratica. Un minuto dopo tutto era immobile e silente.
Il garrito dello sgiuk e il rullio del bendir empivano d'una melodia dolente il piccolo chiuso. Sentii il mio cuore terrarsi.
Alcune giovinette erano rimaste in piedi. Pur non avanzando di un passo i loro corpi s'agitavano violentemente come pervasi dai demoni del deserto. Di tanto in tanto uscivano in sospiri e in gridettini che sembravano fremiti e lamenti. E a un tratto, come se la musica vertiginosa e acuta le rincorresse, le vidi muoversi, fuggire di qua e di l lanciando gemiti di terrore e portando le mani su varie parti del corpo come se avessero ricevuto delle scudisciate sanguinose, s'arrestarono nel mezzo della stanza, si raggrupparono, si strinsero, s'allacciarono e incominci una danza terribile e spasmodica. La vertigine della musica era passata nei loro nervi e nelle loro vene, i movimenti pi lascivi, i contorcimenti pi sensuali, i brividi e gli spasimi atroci e feroci, davano a quelle anime frenetiche un godimento crudele ed una suprema angoscia.
I melhafa giacevano per terra a brandelli. In quel vortice furibondo si erano strappate le vesti e le carni ed erano rimaste quasi nude, colle copiose capigliature fluenti sulle spalle a guisa di criniera, ed i piccoli seni eretti, ed i corpi nervosi e flessuosi come serpenti.
Gli occhi pieni di languori voluttuosi passavano da uno stato di calma a un fiammeggiare folle. La passione era scoppiata con violenza. Schiave di quel lubrico affanno, nel turbine delle sensazioni selvagge s'agitavano immemori, senza intendimento e senza coscienza.
Il suono della musica si affievol mano a mano, divenne debole, dolce, stanco; poi pi stanco ancora, come un sussurro che giungesse da lontano, come un mormorio di fiume in pianura, come un filo di voce moribonda, lontana, come un soffio; e infine tacque. I musicanti che avevano lasciato il loro posto si trassero lentamente indietro verso il gruppo delle donne accoccolate ed assorte nella penosa contemplazione.
Anche le ballerine si calmarono. Una specie di torpore vel i loro occhi, i loro corpi rigidi e ardenti che si muovevano con indicibile agilit parvero colti da una grande stanchezza, le loro bocche si chiusero con un feroce scricchiolo di denti... Ma la musica che assottigliava sempre pi il suono sembrava chiamarle; cos esse si mossero lente e sonnolente, vacillanti, sfinite dietro gli strumenti come se questi le tenessero per una catena invisibile. E quando la musica mor caddero tutte le une nelle altre spossate, annientate da quello sfogo che le aveva fatte soffrire e gioire di tutti i brividi pi furenti del senso: e allora, dal gruppo delle donne sedute, scoppi un frenetico urlo di gioia e di plauso.
 ZACHIA
L'oasi di Filiase dormiva nel meriggio ardente. Un silenzio vasto ma leggero rendeva la solitudine del luogo meno triste. La sghia mai come quel giorno io l'avevo udita chioccolare con tanto impeto canoro.
Dal villaggio non giungeva rumore alcuno. Sdraiati, io e Messaud, all'ombra delle palme che si slanciavano esili, sostenendo colla cima l'enorme nido frondoso, ce ne stavamo immoti a contemplare i voli delle tortore che amorosamente tubando si richiamavan l'una l'altra e intrecciavan voli brevi e si carezzavan d'una ingenua carezza gentile.
Piccole tortore bianche con occhi rubinei v'erano; e tortore rossastre dagli occhi di miele; e quelle bleu, d'un bleu pallido, le pi piccole e le pi carine.
Oh, non potevan che giustamente chiamarle "himan", quelle tortore, i beduini del deserto! Infatti anch'esse, dall'alto dei loro minareti di palma sembrano chiamarli a vicenda e adunarsi per il rito d'amore.
- Vedrai stasera quanto baccano - mormor Messaud. - Il fanciulletto che circoncidono  figlio di un ricco proprietario, vedrai quanta gente pel tardi verr da Biskra. E siccome, dopo domani incomincia il Ramdan che per un mese a parte la legge del digiuno vieta nozze e circoncisioni e ogni sorta di feste, questa serata sar pi rumorosa e tumultuante.
Verso il tramonto infatti, a gruppi a gruppi, le donne s'avviarono al villaggio
All'imboccatura del viottolo, sul limite dell'oasi, assieme a Messaud, ravvolti entrambi nel berns, io canticchiavo i pi vaghi stornelli del mio repertorio e qualche canzone di esaltazione del deserto e delle sue fanciulle, gittandoli come una pioggia di gemme e di fiori alle passanti.
Agli arabi  negato di cantare quando passano delle donne estranee, anche le canzoni pi dolci e innocenti; pure che questo uomo mezzo arabo e mezzo europeo cantasse con tanta voga non dispiaceva alle gazzelle che passavano lanciandomi vivi e rapidi sguardi che nulla avevano di sdegno.
Un gruppo di donne s'avvicinava, era presso di noi quando finivo di cantare:
- Canta ancora! - disse sorridendomi una giovinetta pi ardita delle altre, mettendomi addosso due occhioni che foravano come stili.
Un'anziana le borbott un rimprovero. Io sedotto dalla grazia di quell'esile fanciulla vestita magnificamente e coperta di gioielli, che sembrava l'allegoria della bellezza beduina, la seguii muto e sorpreso.
Quella sera nulla io vidi della festa rumorosa e tumultuante al chiaro dei grandi fuochi; e quella sera conobbi il tedio delle cantilene musicali. La mia gioia era quando potevo contemplare la beduina che seduta per terra fra le altre donne, pareva un talismano luminoso che desse luce alle tenebre, e sempre che il via-vai della gente ce lo permetteva, i nostri sguardi si cercavano e si fissavano lungamente.
Messaud se ne accorse e prese a canzonarmi. Egli che si proponeva di farmi assistere alla cerimonia intima, prov rabbia al vedermi come paralizzato dallo sguardo di una donna.
Dopo la mezzanotte, a gruppi a gruppi, silenziosamente le donne presero la via del ritorno.
Io seguii da lungi colei che m'aveva addentato il cuore con piccoli denti felini, e Messaud m'accompagn. Nel suo mutismo era orgoglioso che una figlia della sua stirpe avesse la forza di incenerire un cuore senza toccarlo.
I gruppi delle donne innanzi a noi cantavano in coro una preghiera: la notte stellata, pareva pi pura fra lo spandersi di quella melodia gentile.
Giunti all'oasi i gruppi si sbandarono: la torturatrice del mio cuore s'arrest presso una piccola casa attorniata da un giardino di palme e vi entr assieme alla vecchia che con Messaud, che non le conosceva, credevamo fosse sua madre.
Ella s'era accorta di me, poich poco dopo dall'interno della casa giunse a noi sommessa, la blanda nenia d'uno stornello ripetuto.
Era quasi l'alba quando con Messaud rientrammo in citt. Non volli andare all'albergo e seduto in un caff nuovo m'assopii per qualche ora...
Mai come quella sera mi fu dolce, soave amica la sghia! fu la sghia infatti, che, mentre ascoltavo le parole brevi che mi giungevano come respiri fitti al viottolo dall'altra parte dell'informe e grottesco muro di argilla, rifletteva nella limpidezza delle sue acque il bellissimo viso e l'agilissimo corpo di Zachia, pi fascinosa per la paura che l'agitava e sconvolgeva.
Due sere dopo, era incominciato il Ramdan, sotto il chiarore perlaceo delle stelle, Zachia scavalcava il muro del giardino, e seguiva lo straniero.
Essa non poteva tracciare altre strade diverse del suo Mektub; essa seguiva ciecamente il suo destino che non poteva che spingerla per il suo sentiero.
Il Bassr era pronto per partire e Zachia vi entr piena di gioia e di paura e volle lasciare la tenda aperta per bearsi della infinit della notte e delle carezze del giovane che le cavalcava al fianco.
Ella aveva accettato di seguirmi senza indugi, senza patteggiamenti. Era felice, cullata dal lento dondolo del dromedario non si chiedeva se tale felicit sarebbe stata fuggevole o eterna.
Preceduti da Messaud e da un altro cammelliere che spingevano una mezza dozzina di dromedari carichi di provviste dirette a Ued-Sgellel, noi godevamo un idillio ardente e placido camminando per quella solitudine resa pi vasta dalla sua immensit.
Oh la deliziosa malia delle tiepide notti del deserto. Quella sera compresi come i nomadi possono errare in cerca di amore e di oblio!
Un alito di tepida frescura ci sfiorava. Ci veniva quell'alito saligno e balsamico dall'immensa anima del cielo o dal vasto cuore delle sabbie lontane? Noi non indagavamo; a noi bastava riempire i nostri polmoni fino a saziet di quel soffio indicibile, allacciando le nostre teste, sporgendole entrambe sotto la purezza immacolata del cielo da dove sembravano le stelle staccarsi ad una ad una e calare fino a cingerci d'un enorme diadema d'oro e di fuoco.
Lo spettacolo delle tortorelle, goduto nel meriggio sotto le palme di filiasc, mi ritornava in mente. In noi due ritrovavo il paragone. Come le tortore avevano i piccoli nidi sospesi nelle branche fluttuanti della palma, il nido di Zachia fluttuava nella gobba del dromedario, e le nostre carezze erano piene d'amore, come quelle delle tortore bianche dagli occhi arancini, delle piccole e soavi tortore bluastre.
Non era una figlia del deserto, Zachia. Essa era degli altipiani dei paesi grigi e gelidi, e solo da poco era scesa al deserto, per una grande pena.
Aveva amato follemente un giovane arabo e odiava a morte un suo cugino violento che si era perdutamente innamorato di lei fino a diventare assassino. E il cugino le aveva ucciso lo sposo del cuore non solo, ma ella si vide costretta a rifugiarsi presso una sua zia che abitava a Biskra, onde sottrarsi alle minaccie del folle che l'avrebbe uccisa senza piet se avesse cercato di volgere altrove i suoi sguardi smarriti e dolenti.
Ma dalla zia non si trovava bene. La sua giovinezza ardente invocava un liberatore, ed ora ella lo seguiva felice, senza riflettere se questa sua felicit durasse tutta una vita oppure quanto l'effimera stagione di un sogno.
Fiancheggiata l'oasi di Busciagrm, attraversate le piccole mobilissime dune, accampammo all'alba, nella bella pianura sparsa di ciuffetti di palme, fino al meriggio. La notte appresso giungemmo a Tolga e poi a Ued-Sgellel.
Le belle oasi ricordate per la squisitezza dei datteri, grandiose per le zauie sante, non solleticavano il mio cuore di sognatore. Io viaggiavo trasportato da un'ala di simn in una visione di delizie, dentro un sogno che aveva in s del divino. E tornammo poi fino a Tolga e da Tolga a Biskra attraversando Far-Far e Lisciana e costeggiando i monti.
Ognuno di quei giorni trascorsi in quella solitudine piena di intime gioie, con Zachia che tutti i momenti pi mi diventava buona, mite e sottomessa, suggellava nel mio cuore una promessa tremenda...
Oh come volentieri sarei rimasto chiuso nel berns, a regnar quelle infinit silenti e fascinose, aggrappato al giovane cuore che mi si dava tutto, tutto senza riserve, senza pretese, senza sotterfugi, solo perch sentiva che le mie pupille pi che le mie parole le parlavano sinceramente. Ma come potevo scagliare, calpestare i sacri impegni che avevo verso gli altri e verso me stesso?
Ci rendemmo conto che la piccola tenda che si rizzava in quel meriggio si rizzava per l'ultima tappa, e una tristezza infinita ci avvinse.
Zachia se ne stava muta, ma i suoi occhi parlavano e il cuore le si scioglieva in lagrime!
Il crepuscolo si rivers nei nostri cuori con tutta la sua grave melanconia e la notte sopraggiunse e le stelle riaprirono la bella pupilla d'oro, ma tutto ci parve triste.
Sdraiati nel ruvido giaciglio, entro la minuscola tenda, il sonno mi vinse e mi addormentai, mentre Zachia al mio fianco se ne stava accoccolata e silenziosa nascondendo la faccia fra i ginocchi.
Quando mi svegliai, l'alba s'ingigliava appena sui monti.
Staccandomi piano piano dalle braccia della giovinetta per non turbare quel sonno placido soffuso dalla dolce malia di un sogno, mi sentii come legato attraverso il corpo. Infatti la cintura di Zachia, la cintura dei suoi amuleti, mi fasciava il corpo.
- Che hai fatto, Zachia, che hai fatto? - le mormorai scuotendola dolcemente.
Essa apr i grandi occhi d'ebano e tutta sonnacchiosa mi tese le braccia ignara.
Ma quando vide la cintura che mi stringeva ancora la vita ebbe un movimento indicibile e una lagrima:
- Perch tu non mi dimentichi ora che lasci me per ritornare fra le belle rumie, - mormor con un soffio di voce che avea tutta la forza dell'angoscia che le spezzava il cuore.
Quel suo gesto fu il suggello della nostra giovinezza! Non per virt degli amuleti, ma per il cuore sincero di quella fanciulla ardente, io dovevo in seguito allietare del suo sguardo, della sua passione, del suo delirio, la mia solitudine laboriosa e triste!
La notte appresso, entro il giardino, le parlai in presenza a altre due donne: zia e madre.
Lo zio non si era accorto di nulla.
La zia, dopo un giorno d'assenza aveva scritto alla madre che venisse subito senza dirle il perch!
Era stata picchiata dalle due donne e disprezzata tanto che vistasi perduta aveva minacciato d'uccidersi e fu talmente impressionante tale decisione che le due donne si pacificarono.
Io affrontai vittoriosamente l'ira di quelle due donne anziane, ma sempre forti, e sopratutto, la madre di Zachia che nei suoi occhioni neri, tagliati a mandorla, meravigliosamente belli e tutti pieni di tristezza, serbava i raggi d'uno straordinario splendore.
Il mio ragionamento le vinse e le disarm. Dissi loro che di nessuna colpa dovevano accusare n Zachia n lo straniero che l'aveva portata via. Pronunziando con divozione il nome di Allah, feci osservare che nulla al mondo segue via diversa da quella che egli ha scritto nel gran libro dall'alba della vita, quindi che tanto Zachia che io, non facevamo che fatalmente eseguire il nostro Maktb ed esaudire la volont dell'onnipotente. Il mio parlare pacato, i gesti, la forza delle mie argomentazioni le lasciavano mute e raccolte, e quando mi tacevo era Zachia, sfolgorante di bellezza per il nuovo trionfo che mormorava: Ve l'avevo detto! ve l'avevo detto!
E la loro meraviglia fu al colmo quando dissi che io non andavo mai a dormire senza aver pronunziato: "Lai Allah i Allah Mohamed Rassul Allah" (non vi  altro Dio all'infuori di Allah e Maometto  il suo profeta), e quando come una rivelazione parlai loro lungamente del Corano e dissi che ne obbedivo le leggi e i precetti: dissi che non ci eravamo mai contaminati durante il giorno con Zachia, che non mangiavo n bevevo; e per tre giorni davvero entro quella casetta osservai il digiuno del Ramdan.
Ma il mio sacrificio fu dolce; ch quelle anime primitive presero ad amarmi di amore materno ed i loro cuori provarono la grande felicit del miracolo.
Zachia raggiante perch seppi battere ed entrare nell'anima delle due anziane, che personificavano l'Islam pi puro e devoto, mi colmava di gentilezza e di amore; e quando dovetti ribellarmi alla gioia sapiente e placida per riprendere il mio triste andare, tutte e tre insieme, mi dissero:
-Perch non butti via il capello e metti il cabs e passi con noi la tua vita?
- Che importa il cappello? - risposi. - Sotto le spoglie di una civilt meno buona e meno civile della vostra ignoranza, il mio cuore  arabo, voi lo sapete, e meglio lo saprete in avvenire.
In quella casetta di argilla sonnecchiante fra le palme o nella agiata casa moresca degli altipiani di Costantina, viva dell'assiduo rumore dei telai preistorici, il destino mi conduce pi volte; e non sono pi lo straniero d'avventura che batte alla porta; ma il fratello e l'amante sempre atteso che ritorna.
 
 
 L'UED R'HIR
Biskra, l'oasi florida che spalanca il deserto, se appassiona ancora il turista, non pu pi cattivarsi il cuore del nomade.
La vaporiera che in poche ore divora enormi distanze, ha permesso a troppi mercanti volgari in cerca di fortuna di impiantarvi caff-concerti, case da giuoco, cinematografi e quant'altro pu sorprendere l'ingenuit dei primitivi, distraendoli dai caff moreschi ove la piccola nailia balla la sua danza tormentosa e piena di delirio.
E dietro i mercanti ecco abbattersi sulla via sacra e tradizionale delle Ued-Nail un'invasione di vecchie e sfatte prostitute venute dagli altipiani di Costantina, di Batna e Kenscela.
Le fanciulle della tenda che si dnno vinte della febbre che brucia loro i sensi, come il sole e il ghibli ne fan bollire il sangue lungo gli interminabili viaggi per le vie carovaniere dell'Ued-Suf e delle oasi del Ksur, come le gazzelle all'appressarsi della belva, fuggirono e ripresero a vagare le solitudini.
Le nailiate che si eran piaciute della maest di Biskra, la Sultana dalla meravigliosa ghirlanda di diamanti donatale dai riflessi dei tramonti intensi e maliosi sull'Ahmad-Khadd, non potevano pi vivere in mezzo a questa fiumana di corruzione, fra i turisti bruciati dall'alcool e consumati nell'orgia, n dove le miss vecchie e viziose, fra i cespugli e i palmeti di filiax e di scetma e lungo la strada deserta di Sidi-Okba, pagano a caro prezzo le maschie carezze dei forti e ardenti biskri.
Cos quelle ingenue sacerdotesse dell'amore, dell'amore puro forte ardente, col lieve fardello ripigliavano le strade carovaniere del Sud e attraversate le oasi dell'Ued-Rhir si dirigevano a Tuggurt e pi lontano a El-Ued e a Uargla dove per qualche anno ancora il mostro metallico e vertiginoso e le enormi aquile d'acciaio le avrebbero lasciate in pace ai loro amori tremendi e umili.
Biskra, antica sultana dei ziban e di tutto il Sahara, dal dorso di belva voluttuosa, ha perso il suo fascino perch si  voluta incipriare e imbellettare. Chi l'ha conosciuta quando regnava vestita da pastorella beduina, e la vede oggi imbustata e goffa sotto una tempesta di merletti, non pu che fuggirla con una lagrima e con una imprecazione, ch troppa ancora  la malia della terra, bellezza che non le han potuto distruggere.
Lo scalpitar del cavallo che impazientiva sotto la sella mi svegli da quel sonno pieno di visioni che mi avviluppa l'anima nei periodi di vita raminga e un momento dopo, messo il cavallo al fianco di quello di Sidi-Khaddur, il deira anziano, lasciammo Biskra sonnacchiosa sotto il bel cielo di giugno, ricamato di stelle e che si abbassava con una dolcezza di velluto fino a terra. Giunti al vecchio forte turco diruto, infilammo la larga via aperta che conduce a Tuggurt.
Avevo preferito partire nella notte, qualche ora prima dell'alba, essendo la stagione assai calda.
Circa due ore dopo infatti, un'alba che spargeva una molle pioggia di violette spalanc ai nostri occhi le prime lontananze desertiche.
Che placido godimento di quella prima benedizione del giorno! Gli uccelletti, che per le ore di fuoco hanno il nido che non scova il sole n il ghibli, come per benedire quelle brevi ore di frescura si lanciavano pel cielo con richiami festosi.
Il lungo solco di sangue che si apriva lontano ardente sulla terra divent in un attimo un solco d'oro, poi sbiad; sbiad ancora finch sparve, finch il sole di vermiglio che era, divent d'argento e divent fisso in mezzo all'azzurro che mano a mano si faceva opaco, dominando ogni cosa con la sua inflessibile lama d'acciaio.
Sidi-Khaddur che fino ad allora si era serbato tacito, chiuso entro il berns, togliendo il cappuccio e offrendo al sole, al sole suo vecchio amico, il viso nerastro e asciutto e due occhietti acuti e sanguigni, stropicciandosi con ambe le mani la faccia, in atto di lavarsi, mi preg di arrestarci per la prima preghiera, la preghiera del fegger, che avrebbe dovuto dire fin dall'aurora.
Volevo tener per la briglia il puledro irrequieto; ma l'animale, intelligente, abituato lungo i suoi viaggi ad assistere alle fermate brevi ed uguali del suo signore, se ne stette immobile, quasi compreso anch'esso della solennit dell'ora e della preghiera.
L'ora parve in appresso pi blanda e pi soave. Anche nel mio cuore si vers la grande pace di quell'anima rimasta pura e primitiva ad onta dei trent'anni di servit sotto la Repubblica, e vi si vers anche perch nella sosta breve, la lodoletta del Sahara, che ha il trillo sonoro e dolcissimo, si lanciava pel cielo e s'abbatteva presso di noi.
Dopo la preghiera, meglio direi dopo quel leggero pasto spirituale, ribalzato in sella pi sereno, Sidi-Khaddur divenne ciarliero e loquace, parlandomi di un mucchio di cose senza definirne alcuna, finch Borgi Sada, una casa cantoniera circonfusa nel sole, costrutta per dare ospitalit ai viandanti, prese dinanzi a noi la forma di un piccolo dado abbandonato l, sotto la sferza atroce del sole.
Alla nostra sinistra l'Ued-Sgedi, asciutto, anzi secco, non aveva pi parvenza di un fiume senza quei lunghi tratti di argilla liscia tutta screpolature, per la troppa violenza del sole.
Questa vecchia casa cantoniera, che sembra in muriccio tanto le sue mura son vetuste, costrutta sopra un poggio,  chiamata dagli arabi "Tair-Rassu" (la sua testa velata).
Dopo una brevissima sosta ripigliammo la nostra strada.
Il sole cominciava a bruciare e le nostre cavalcature lente e silenziose procedevano colle orecchie penzolanti. Malgrado il caldo, la luce accecante e la solitudine di una malia opprimente, il deira aveva una gran voglia di ciarlare.
Le prime lamentele furono contro la Francia! Oh, la Repubblica non retribuiva troppo largamente quelli che per tanti anni l'avevano servita, mettendo la vita a repentaglio come mille volte l'aveva messa lui nelle prime campagne del Fighig e del Marocco e nel percorrere, in passato, le vie carovaniere da Sgelfa a Uargla, da El-Ued, a El-Goleah, proteggendo le carovane dalle bande forti e disciplinate dei razziatori.
Intere trib nomadi componevano le bande dei predoni, mi diceva il deira; venivano da padre in figlio questi banditi ardimentosi.
Quando attaccavano le carovane, e molte volte riuniti, a centinaia, attaccavano anche noi e qualche distaccamento di soldati, le loro donne diventavano le vigili custoditrici delle tende e del bestiame. Nell'anima di quelle femmine aduste, mal coperte, trasandate, belle d'una fiera bellezza tragica, passava la follia predatrice dei loro fratelli e dei loro maschi, e si cangiavano in fiere vendicatrici senza lagrime, quando qualcuno dei loro cadeva sotto la palla dei nostri fucili di lunga portata.
Parve nel rievocare questo suo pensiero di forza e di giovent che tutto il quadro grandioso degli attacchi fosse vivo nel suo cervello; e quelle donne scarmigliate e tremende, che aveva combattuto e posseduto sul magnifico letto della duna, fossero l in quel momento ad aprirgli le arterie, quelle sue arterie di poco sangue ma ardente.
Scacciando con un gesto la visione acerba e deliziosa, eccolo tornare alla carica. Troppo poco gli dava la Repubblica. Ora non percepiva cento franchi al mese ed il cavallo se l'era dovuto comprare da s e da s lo doveva nutrire: e aveva anche una famiglia da nutrire!
Io non ho mai viaggito nel deserto sotto la pioggia o sotto il cielo annuvolato! Ma penso con una viva angoscia alla pena di quella terra senza la luce, senza la violenza, senza il formidabile amplesso del sole. Io non credo che possa esistere un quadro pi triste del Sahara sotto un cielo piovoso! Infatti che pu restare a quella immensit vuota che a giugno non ha pi il sorriso di un fiore, di un filo d'erba che serbi qualche sfumatura di tenerezza verde, se gli si toglie la cruda bellezza dei suoi meriggi e la soavit dei suoi rapidi tramonti e delle sue aurore improvvise?
Avevamo intanto oltrepassato la piccola casa cantoniera di Hassi Ghefair senza arrestarci e gi nel vuoto dell'orizzonte si delineavano lontano i pochi ciuffi di palme che compongono la piccola oasi di Scegga.
La palma  il balsamo,  il sogno dopo le ore monotone del sole! Cos, giunti alla piccola oasi, non ci parve vero un po' d'ombra ove chiudere gli occhi ad una visione ineffabile.
Scegga, "Ain Scegga"  situata circa a met strada da Tahir Rassu e Bir Setil. Una doppia fila di binari sottili e diritti come lance gittati attraverso il deserto, in attesa che su di loro ansimante e furibonda si scagli la nuova belva che gitta fiamme dalle fauci, filano innanzi a una piccola stazione gi costrutta.
Si era voluto dare un'architettura piuttosto desertica a quella piccola stazione, ma il muro del bianco terribile, sotto quel sole senza curve, accecava.
Era il mezzogiorno: la piccola oasi s'avvolgeva in un torpore desolato. Non un'anima viva, non un urlo, non il pi tenue segno di vita; le poche casette di argilla gittate qua e l, parevano gli avanzi di un incendio, n bastava il gorgoglio delle acque abbondanti che scaturivano da due pozzi artesiani a mitigare tanta desolazione.
Nel pomeriggio donne, fanciulli incominciarono a far capolino da entro i pochi antri: davan l'idea di morti che sporgessero il capo dalle loro tombe.
Pi tardi, quando stavo per rimettermi in marcia volendo profittare della frescura della notte, Si-Kaddur, che da un pezzo non avevo pi visto, venne a chiamarmi.
Dietro le ultime palme s'era rizzato un accampamento di nomadi e il fremito dei ghenibri si levava gi dalle tende.
Entro la tenda pi vasta e pi ricca alla debole luce di un cero, accoccolati per terra alcuni uomini e alcune donne: sopra un giaciglio di pelli di belva e di qualche tappeto egiziano indolentemente una negrotta non giovane n bella.
Io fui il bene arrivato.
Mentre la musica vibrava tra il coro selvaggio delle voci e il ritmico battimano, quella donna dalla tinta oscura se ne stava impassibile e muta come una sofferente, anzi come una cieca e sordomuta, pareva che il frastuono e le voci allegre non solo non la riguardassero ma si svolgessero assai lontano da lei.
Forse per questa strana indolenza, forse perch indossava un vestito vermiglio a filetti d'oro e d'argento e per i molti braccialetti che le corazzavano le braccia scarne e nervose e pei massicci khal-khal che luccicavano nelle caviglie, forse per quella sua aria quasi sprezzante e indifferente, errante nel vuoto colle pupille senza espressione e senza pensiero, tenne la mia attenzione.
Da sotto un fazzoletto di seta policromo sbucavano i capelli nerissimi, e il cero, vicinissimo a lei, le proiettava sul viso un bagliore rugginoso che le dava un aspetto indefinibile.
La sua sola occupazione, occupazione fatta senza cura, eseguita quasi macchinalmente, era quella di farsi delle sigarette con una spigliatezza indicibile e accenderle e fumarle una dopo l'altra.
Vederla cos assorta come in un sogno mentre aveva il cuore vuoto di sogni, tenendo la sigaretta fra le dita bellissime nel colore moresco e vermiglio per l'henna che le tingevano, avea l'aspetto di una prefica, anzi d'una demente assopita.
Poi prese la darbuka che le veniva posta da un giovane arabo; la prese con un gesto pigro, stanco, col gesto di chi non viva che di tedio. Ma quando lo strumento fu nelle sue mani sembr ravvivarsi. I suoi occhi seguivano i tremiti del ghenibri e le voci del coro, mentre le sue mani agilissime battendo rapide, ora lieve ed ora forte il fondo della darbuka, nel mezzo, negli spigoli, in su ed in gi, traevano sempre nuovi suoni, nuovi accordi che davano a quella musica agreste un impeto frenetico.
Quando sotto il cielo diviso da una via lattea larga, uguale, immensa, mentre le stelle ardevano quasi immobili, ripigliammo il nostro cammino. Si-Kaddur mi raccont che la moresca della tenda, quella che si faceva notare per la sua indolenza e per i suoi gioielli era un'antica prostituta. Il capo della trib la conobbe a Sgielfa, e furono tanti i sortilegi che non solo, malgrado la sua apparente inerzia, era riuscita ad imporsi come padrona alle altre donne del suo signore, ma riusc ad imporsi recisamente anche a lui assai pi giovane di lei e pi gagliardo, invertendo cos il proverbio arabo riguardante le donne e che dice: "Compagna qualche volta, serva spesso, uguale mai!".
Quante stelle e che stelle! Moltiplicano la solitudine infinita agli occhi del nomade le costellazioni, oppure le stelle amano il silenzio e si raccolgono sovra quell'angolo di mondo che non  turbato se non da qualche nenia maravigliosa?
Il crepuscolo si vers sullo sciott metrihir che costeggiavamo da un pezzo come una pioggia di petali. Il lago vastissimo si spalancava immoto dinanzi a noi mentre tutt'intorno la bianca crosta saligna rigida, scricchiolante faceva pensare a un'alba brinata sulle vette degli Ors.
Che incanto l'aprirsi di quelle arterie rosse che vuotavano tutto il sangue del gran cuore rotondo e che divent di un subito di acciaio!
Qualche profilo di gazzella si disegn tra i radi ciuffi d'alfa presso le acque dello sciott, mentre qualche minuscolo sgerba, un piccolo kanguride, animaletto velocissimo, con le gambette posteriori non lunghissime e le anteriori rasenti al petto, s'allontanava rapido fra le sporgenze brulle della terra rognosa.
La casa cantoniera di Kefel-Dur, erta sopra un poggio, non dest la mia attenzione. Dovevamo giungere prima del mezzogiorno a Umel Thur e la via era sempre lunga.
Gli occhi stanchi per il riflesso della terra desolata sotto quei raggi che non sembravano pi spade ma fiumi di argento fuso, scrutavano l'ombra che c'era vicina, mentre le orecchie si deliziavano di un ignoto chioccolio di seghia.
Il deserto si faceva sempre pi breve. Il sole pi che una forza crudele sembrava avesse una malia addormentatrice. L'orizzonte s'abbassava in cerchio bianco e opaco fino a terra come i lembi di una tenda immensa, tenda innalzata per ospitare le dune, le gigantesse addormentate dalle mammelle floride e immacolate.
E le piccole dune ondulate, le piccole dune smarrite dal grandioso branco raccolto, che sono le dune dell'Ued-Suf, brillavano come cinte da un diadema di madreperla. Le loro sabbie uguali, disciolte, eran roventi. Pareva che si nutrissero del solo fuoco del sole.
Una piccola carovana pass a breve distanza da noi. Una nenia ruppe il gran silenzio: la pecchia del deserto, l'eterna ribelle canterina, vinceva il torpore che d l'estate nel deserto, e cantava.
A Um-el-Thur, che mi dispiacque pei lunghi filari di palme che per la loro simmetria svelavano il passaggio del rumi, dopo esserci riposati alcune ore, ripigliammo il cammino, decisi di pernottare a Meraier.
Vi giungemmo poco dopo un tramonto scialbo mentre la notte s'adornava di tutte le sue gemme d'oro e di fuoco.
L'oasi di Muraier situata a 105 chilometri da Biskra  a dieci metri sotto il livello del mare. Non mi parve quella sera avesse alcunch di particolarmente interessante. Ma quando dopo una notte fresca e ristoratrice la mattina presto, all'aurora, uscii dal bugigattolo ove avevo passato la notte, rimasi sbalordito innanzi al paesaggio divino che si apriva davanti a me.
L'oasi, che conta oltre settantamila palme, era di una sorprendente bellezza. La terra fertile aveva riunito in quel punto una numerosa popolazione per maggior parte composta di negri, di quei negri dalla vecchiaia precoce e dagli occhi languidi e smorti come fumatori di kif.
Malgrado la stagione caldissima le seghie erano piene d'acqua ed i molti pozzi artesiani (che dnno insieme da dodici ai quindici mila litri d'acqua all'ora) rigurgitavano senza posa quell'abbondanza di acqua salmastra, tiepida, limpidissima.
Sidi-Kaddur, che aveva ritrovato delle vecchie conoscenze, forse anche degli antichi amori, non lo vidi per tutta la giornata; e quando dopo la mezzanotte, sotto un cielo stellato e chiaro, ripigliammo il viaggio, lieto della tappa, mi raccont che aveva ritrovato degli amici, coi quali in giovent molte partite di caccia alla gazzella avea fatto insieme e molte mascherate. E aderendo alla mia curiosit mi spieg che in tutte le oasi dell'Ued-Rhir si costuma coprir alcuni con pelli di belve feroci, altri simulare i cacciatori e questi ultimi a piedi, chi a cavallo, chi sui mehara, con archi, lance, fucili a pietra, a rincorrere e dar caccia ai primi fino a ritornare vincitori colle spoglie delle fiere.
Sotto le stelle d'oro, poco lungi da Meraier mi accorsi nell'ombra di una piccola oasi, Sidi-Khelil; e all'alba ci arrestavamo per un momento a Ain-el-Remba che innaffiava un ciuffo di palme colla sua acqua buona ma tiepida come quella dei pozzi artesiani.
Quella giornata fu meno monotona per la quantit delle piccole oasi e per i ciuffi isolati delle palme che di tanto in tanto davano come una nota di vita in mezzo a tanta accasciante desolazione; e il sole era sempre alto quando giungemmo a Sgima, a quell'oasi che fu in quella prima parte del mio viaggio nel deserto lo smeraldo che s'intarsi nell'anima mia, incidendovi quel desiderio che lasciano le plaghe tormentose di bellezza dove si ha la fortuna, per un qualsiasi gesto del destino, di rivivere in poche ore molta vita.
Un gruppo di europei seduti all'ombra di un portone che dava in un cortile, godevano della fresca corrente quando io vi giunsi. Era un modesto albergo tenuto da un francese che stabilito a Sgiama per il commercio dei datteri, profittava di aver la casa sulla strada di Tuggurt per tenere una piccola taverna e qualche umile stanza pei viaggiatori.
Simpatizzai subito; e mentre Sidi-Khaddr, dopo aver custodito i cavalli s'internava nell'oasi, io, su di una bicicletta, seguii tre giovani che si recavano a una propriet distante alcuni chilometri.
La distanza malgrado alcuni banchi di sabbia fu divorata in un baleno e appiedammo nel cortile di una larga casa colonica nel bel mezzo di un ricco giardino di palme.
L'amministratore del fondo, un giovane sui trent'anni, dall'occhio vivo e dai modi garbati che doveva partire l'indomani per passare l'estate in luoghi meno immiti, ci fece visitare la casa deserta, i grandi magazzini vuoti ed i lunghi stanzoni dove abitavano tre famiglie di indigeni; i lavoratori della propriet.
Dopo un istante, con quella gente povera ma pacifica, pareva che avessimo trascorso tutta la vita insieme, e prima di partire, dietro mio invito, Hassuna, una giovinetta sui sedici anni aiutata da me, monta sulla mia bicicletta e le feci fare due o tre giri nel largo cortile.
Quella fanciulla seminuda, che alzava il braccio posando la mano sulla mia testa onde tenersi meglio in equilibrio e offriva, ingenua, al mio sguardo il suo piccolo petto moresco; quella fanciulla che mostrava allo straniero, di razza diversa, il miracolo del suo corpo pubescente e mi figgeva senza turbamento i suoi occhi addosso, mi faceva pensare con disgusto alle nostre vergini imbottite che non si lasciano avvicinare per paura che si tolga loro un po' di cipria o si ammacchi loro un po' del posticcio.
Dopo aver visitato alcuni pozzi artesiani ed il laghetto di Sidi-Tadui dal vago miraggio e dagli infiniti pesciolini, e il villaggio che sembrava gettato sotto la protezione delle palme da un turbine, ritornammo all'albergo.
Il Caid, un bel vecchio pingue, dall'aspetto venerando, sepolto entro un cumulo di berns e la testa circondata da un enorme turbante candidissimo, ci aspettava ciarlando assieme a Sidi-Khaddur.
Lieto di trovarsi assieme a noi, il Caid disse che per la cena aveva dato ordine di preparare la sgiffa ed il meseini.
Pensando al meseini, adocchiato che ebbi il fumo di un gran fuoco, mi diressi da quella parte.
Accanto a un fuoco di palma, infilato con vera maestria ad un solido schidione di legno indurito al fuoco, un montone intero girava lentamente guidato dal pugno esperto di un virile arabo anziano.
Quella scena, mentre il crepuscolo spariva, mi ricord uguali scene sui monti della Barbagia natia: rividi allora nei meandri della mia memoria il capretto e il porchetto infilato nello stesso modo ed in schidioni simili e il pastore barbaricino che faceva arrostire girando con pazienza e perizia quelle carni che da sanguinolente finivano per incrostarsi d'oro.
E pi tardi, assaggiata appena la sgiffa piccante, feci onore al mescini, al montone che venne servito sempre infisso nello spiedo.
Essendo proibiti in modo assoluto i coltelli e le forchette ognuno affondava le dita nella polpa, e l'arrosto era talmente indovinato che le carni si staccavano quasi da s e messe in bocca si struggevano lasciando un gusto delizioso.
Quella notte, mentre il tremolio di un flauto beduino chiamava forse a un convegno d'amore qualche negrotta dai fianchi procaci, m'addormentai cos forte che non mi svegliai finch il sole non venne ad aprirmi gli occhi.
Appena uscito fuori una fanciulla mi venne incontro tendendo la mano per chiedere un soldo. Quel musetto graziosissimo e furbo mi interess. Si chiamava Khadisgia; non volle avvicinarsi; lanciarle un soldino, s; pigliarlo dalle mie mani no.
Vispa e agile come una gazzellina, era gaia, malgrado i suoi brandelli, del sole che l'avvolgeva tutta col suo manto d'oro. Ma sempre che facevo atto di volerla prendere s'allontanava rapida lanciando gridettini che parevano nitriti e assumeva una immobilit pensosa.
Nel bel volto le si leggevano le tristezze che provengono dalle privazioni, e la gioia che scaturiva come una fontana perenne dal cuore che non conosce, sopratutto nell'infanzia, alcuna barriera al suo sogno di libert... Che ne sar ora della piccola Khadisgia.
Poco dopo ancora un po' di soffio del deserto e un po' d'ampiezza nomade infiammava il nostro cuore lasciandoci dietro Sgiama, diretti verso un mondo di sabbia ed un pi violento sole.
Oltre le ultime palme, aggomitolati per terra, ebbri di libert, i nomadi sognavano. L'aria calda era colma di un profumo intenso ed io assaporavo la volutt profonda e vertiginosa della vita randagia, lieto di essere solo fra i molti che percorrevano le strade del Sahara incommensurabile sotto quella luce che era pure una benedizione, contemplando tutto il fascino e l'incanto di quella terra che non arrestava il vagabondo, anzi lo sospingeva per la via lunga nella vita breve. E avrei dovuto camminare ancora, molto camminare ancora e non voltarmi indietro.
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FINE.